IL FILO DI ARIANNA di TRIPLAG..il filo per non perdersi nella realtà


Intervista al probabile candidato a sindaco del centro-sinistra
Sabato, Dicembre 8, 2007, 3:10 pm
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Da Dentro Magazine 

La scorsa settimana abbiamo dato la notizia che il centrosinistra tiburtino ha trovato il suo candidato sindaco per le prossime elezioni in Antonio Picarazzi, assessore al Bilancio in carica a Palazzo San Bernardino. In attesa che la costituzione del Pd trovi il suo completamento e che la candidatura, quindi, divenga ufficiale, abbiamo incontrato l’Assessore, che ha iniziato a muovere i primi passi della sua imminente campagna elettorale.

Assessore, è della scorsa settimana la notizia dell’incontro che ha “sdoganato” il Suo nome come candidato a sindaco della coalizione del centrosinistra per le prossime elezioni comunali. Un commento a caldo.
Non è un’indicazione ma un orientamento rispetto ad una scelta fatta dalla stragrande maggioranza dell’attuale Amministrazione, dai gruppi consiliari e dai partiti che la compongono, anche se il Partito democratico ancora non ha costituito tutti i suoi organismi a livello comunale. Per questo bisognerà aspettare dicembre, anche se devo dire che la nostra lista (Partecipazione Territorio e Solidarietà, ndr) è forte del risultato delle Primarie che ci ha visto ottenere la maggioranza assoluta. Il mio nome ha avuto l’appoggio di 9 assessori su 10 e della stragrande maggioranza dei consiglieri comunali, ma ci tengo che la mia candidatura rappresenti l’unità e la continuità di un progetto. Devo però sottolineare il fatto che solo un impedimento legislativo non ha permesso all’attuale sindaco di continuare il suo mandato. Se così non fosse stato Marco Vincenzi continuerebbe ad essere il sindaco ottimale per questa città, una risorsa per Tivoli e per la coalizione del centrosinistra.
Parliamo del progetto politico che porterà in campagna elettorale.
Il programma deve essere ancora scritto. Sarà fatto con i consiglieri comunali di questa Amministrazione e con i partiti che la compongono sotto il segno della continuità con il lavoro svolto in questi anni. Posso però dire che rafforzeremo l’impegno nel settore dei servizi sociali, senza tralasciare la questione dei problemi infrastrutturali della città, che vuol dire investire sul territorio recuperando il gap storico accumulato negli anni. E ancora il distretto termale, l’investimento sulla crescita del Pil, la creazione di nuovi posti di lavoro, tutto questo in collaborazione con la Provincia e la Regione ma anche con gli enti privati, che debbono sostenere con la certezza delle norme lo sviluppo economico.
Poniamo di essere già in piena campagna elettorale. Quale tipo di candidato vorrebbe avere come “avversario” tra le file del centrodestra?
Francamente è un problema che hanno loro e non noi. Questa città non può non apprezzare quello che è stato fatto in questi anni. Non mi sento di dare consigli.
Oggi sulle sedie del consiglio comunale non ci sono molte donne e molti giovani. Il vento nuovo del Pd riuscirà a compiere il miracolo del ricambio generazionale tanto evocato?
Penso che sarà necessario farlo. Il Pd già lo fa e dobbiamo proseguire su questa strada. Soprattutto perché la politica senza donne e senza i giovani è destinata a scomparire.
Ora una domanda ci è sorta spontanea: se il centrosinistra affila le armi con un nome praticamente sicuro, il centrodestra cosa fa?
La questione sul nome resta ancora congelata e le bocche, per evitare spiacevoli polemiche, restano cucite. Aspettiamo fiduciosi



Irlanda del Nord
Sabato, Dicembre 8, 2007, 1:36 pm
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La lotta per l’indipendenza dell’Irlanda del Nord, cattolica e repubblicana, dal governo monarchico e protestante di Londra ha radici secolari.
L’attenzione su questo conflitto si accende a partire dal 1920 quando l’Esercito Repubblicano Irlandese (IRA) decide di iniziare la lotta nei territori dell’Ulster che, a differenza dell’Eire, sono rimasti nelle mani di sua maestà. L’IRA (braccio armato del Scinn Fein) è uno degli eserciti clandestini più organizzati e militarmente efficaci del mondo, così la guerriglia diventa ben presto una realtà quotidiana in Irlanda del Nord. I cattolici indipendentisti e i protestanti unionisti (appoggiati dai soldati inglesi) si fronteggiano a colpi di granate, attentati e lanci di pietre. La tensione sale alle stelle quando negli anni 70 il governo inglese decide di incrementare la propria presenza militare in Irlanda e di adottare una linea dura. Nell’Ulster è praticamente guerra. Non mancano massacri di popolazione civile, come il cosiddetto “Bloody Sunday”, quando durante una manifestazione a Derry, il 30 gennaio 1972, i paracadutisti inglesi aprono il fuoco su migliaia di persone, uccidendone 14.

Tra attentati dell’IRA e repressione militare, dal 1976 si contano oltre 3mila morti. Solo nel 1992 vengono avviate, nonostante il livello dello scontro non accenni a calare, le prime trattative segrete tra Sinn Fein e la controparte. Il 31/8/1994, con la decisione dell’I.R.A. di attuare una “completa cessazione delle operazioni militari a tempo indeterminato” , si avvia ufficialmente il processo di pace grazie alla cooperazione di Gerry Adams, leader del Sinn Fein, Martin McGuinness, uno dei capi carismatici dell’I.R.A., John Hume, leader del Partito Socialdemocratico e Laburista dell’Ulster, John Major, Primo Ministro britannico succeduto alla Thatcher e conservatore come lei ma che ha capito come non sia più possibile continuare in modo ostinato una guerra civile che dal ‘69 ha fatto circa 3.300 morti e 38.000 feriti e infine Albert Reynolds, Primo Ministro irlandese e leader del partito Fianna Fail. L’evento può essere di portata storica perché mai fino a quel momento il governo inglese ha riconosciuto la legittimità del Sinn Fein a sedere al tavolo delle trattative come rappresentante degli interessi cattolici, ma viene posta una condizione che a molti irlandesi sembra inaccettabile: L’IRA deve consegnare le armi. Si entra così in una fase di stallo. Siamo nel 1996.

La situazione si sblocca un anno dopo con la dichiarazione di pace e il cessate il fuoco. Attualmente le cose si stanno complicando. Nonostante Blair abbia indicato il “problema irlandese” come una priorità nel suo programma, gli scontri a Belfast (e non solo) si sono riaccesi. Alcune frange dell’IRA non hanno aderito al cessate il fuoco e da parte lealista le provocazioni sono continue. Gli estremisti Orangisti (protestanti unionisti) scatenano spesso scontri e violenze. Esemplare il caso recente dell’aggressione (con lanci di bottiglie e sassi) alle bambine cattoliche mentre vanno a scuola.



Chiapas, sulle orme di Zapata
Sabato, Dicembre 8, 2007, 1:31 pm
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CHIAPAS: Scheda conflitto
Schede Conflitti: 25/06/02 – 12:36:09 da Admin
 
 

La regione più meridionale del Messico è teatro dal 1994 di una rivolta degli indigeni maya, organizzati nell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), guidato dal Subcomandante Marcos.

Motivi dell’insurrezione, le drammatiche condizioni di vita della comunità Maya, messa a rischio di estinzione materiale e culturale dalle politiche economico-sociali del regime priista.
Dopo un breve periodo di vera e propria guerra civile, sono subito partiti i negoziati di pace. Ma il governo non ha mai voluto riconoscere le rivendicazioni degli indigeni, che da allora hanno iniziato a subire una “guerra a bassa intensità” perpetrata da bande paramilitari priiste appoggiate dall’esercito federale (finanziato e addestarto dagli Usa).

Oltre a continui episodi di violenza sulla poplazione civile (migliaia i rifugiati in seguito alla distruzione dei villaggi) e di persecuzione poliziesca degli attivisti politici (centinaia i desparecidos), si sono registrati dei veri e propri massacri come quello di Acteal nel 1997, costato la vita a decine di indigeni.  



Molucche
Sabato, Dicembre 8, 2007, 1:30 pm
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MOLUCCHE: Scheda conflitto
Schede Conflitti: 25/06/02 – 12:20:55 da Admin
 
 

All’inizio del 1999 è scoppiata, per futili motivi (un autobus guidato da un autista cristiano investì un ragazzo musulmano), una vera e propria guerra di religione tra musulmani e crisitiani. L’esercito indonesiano è intervenuto per riprotare la calma, ma poi ha finito per prendere le parti della fazione musulmana.

Le violenze, estese a tutte le isole dell’arcipelago delle Molucche, hanno causato fin’ora 5mila morti e mezzo milione di rifugiati di entrambe le fazioni in lotta.



Abkhazia (Georgia)
Sabato, Dicembre 8, 2007, 1:28 pm
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ABKHAZIA (Georgia): Scheda conflitto
Schede Conflitti: 24/06/02 – 12:26:45 da P.Oddone
 
 

L’Abkhazia , regione annessa alla Georigia nel 1930, è fin da allora stata attraversata da un forte sentimento separatista, fomentato anche dalla rivalità etnica tra abkhazi e russi da una parte e georgiani dall’altra.
Nel 1989, dopo la caduta del Muro di Berlino, il separatismo abkhazo si arma per ottenere l’indipendenza dalla Georgia (che successivamente, nel ‘91, diverrà a sua volta indipendente dall’URSS).

Fino a quel momento Tiblisi non ha reagito alla minaccia separatista. Lo ha fatto solo dopo che le stesse autorità dell’Abkhazia votarono nel luglio del ‘92 a favore dell’indipendenza. Il neonato esercito georgiano venne mandato a presidiare Sukhumi, la capitale dell’Abkhazia, e iniziò la guerra.
I partigliani abkhazi dei “Fratelli dei Boschi” e delle “Legioni Bianche” massacrarono centinaia di georgiani residenti nella regione, e centinaia di migliaia furono costretti ad abbandonare i loro villaggi per fuggire in Georgia.

La Russia post-comunista non è rimasta neutrale in questo conflitto, parteggiando per i separatisti abkhazi, al fine di impedire il progetto di Tiblisi di costruire – facendolo passare per l’Abkhazia – un metanodotto per portare sul Mar Nero il gas naturale del Mar Caspio. Nel settembre del ‘93 i guerriglieri abkhazi appoggiati da mercenari dell’esercito russo hanno conquistato Sukhumi, cacciando le forze georgiane dalla regione ed espellendo poi tutti i civili georgiani rimasti.
Nel ‘94 una forza di pace russa si stanziò al confine tra Abkhazia e Georgia per evitare scontri, sancendo così il dato di fatto. Alla fine del ‘94 l’Abkhazia si dotò di una Costituzione indipendente e di un Presidente della repubblica, mai riconosciuto da Tiblisi.

Nel ‘98 sono riesplosi combattimenti tra partigiani abkhazi ed esercito goergiano. A farne le spese, ancora una volta, i civili georgiani, uccisi a centinaia.

La situazione è calma da allora, ma sempre tesissima. Tiblisi è certa che la Russia, che appoggia l’Abkhazia, non mancherà di provocare nuovi scontri per riaccendere il conflitto con la Georgia, che Mosca, tra l’altro, ultimamente accusa di dare asilo ai guerriglieri separtisti ceceni.



India, Sri-Lanka, Nepal, Birmania
Sabato, Dicembre 8, 2007, 1:12 pm
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INDIA:

L’India nordorientale, abitata da diverse etnie che non si sono mai sentite “indiane”, geograficamente separata dal sub-continente indiano e socio-economicamente emarginata dal governo di Nuova Dehli, ha conosciuto guerriglie separatiste fin dalla nascita dello Stato indiano dopo la seconda guerra mondiale.

La pià “vecchia” è quella combattuta dal Consiglio Socialista Nazionale del Nagaland (NSCN), una formazione guerrigliera che combatte per l’indipendenza dello stato del Nagaland e per l’allargemento delle sue frontiere secondo principi etnici anche negli stati indiani confinanti di Manipur, Assam e Arunachal Pradesh.
Dagli anni ‘70 l’esercito indiano ha dato il via ad una vera e propria guerra contro la guerriglia Naga, e le vittime sono state moltissime.

Sempre negli anni ‘70 sono sorti anche i movimenti guerriglieri separatisti nello stato di Manipur, abitato in maggioranza dall’etnia Meiteis. Anche qui la maggiore formazione armata è di estrazione marxista: l’Esercito di Librazione Popolare (PLA).

Nel 1979 nasce il Fronte Unito di Liberazione dell’Assam (ULFA) per portare avanti la lotta armata contro lo Stato indiano al fine di fare dell’Assam uno Stato indipendente e socialista. Forti di un massiccio appoggio popolare, il movimento indipendentista armato negli anni si è radicato profondamente nella regione, istaurando in molti distretti una sorta di governo parallelo che ha promosso riforme sociali e opere pubbliche inidispensabili, come strade e argini contro le periodiche e disastrose inondazioni. La repressione militare indiana contro il separatismo nell’Assam è andata gradualmente intensificandosi, fino a trasformarsi, dopo le operazioni dei primi anni ‘90, ina guerra vera e propria. Ultimamente Nuova Dehli ha inviato nella regione reparti speciali d’élite, che sempre più spesso si scontrano duramente con i guerrigleri.

In venti anni di conflitto armato si sono contati almeno 10mila vittime.
Nell’India sudoccidentale, in particolare nello stato sudoccidentale di Andra Pradesh, dove la povertà dilaga in maniera indegna e il governo non fa assolutamente nulla per fronteggiarla, combattono da vent’anni i “Naxaliti” del Gruppo Guerra Popolare (PWG), formazione guerrigliera maoista che lotta per l’instaurazione di uno stato indipendente socialista nelle foreste degli stati di Andhra Pradesh, Maharashtra, Madhya Pradesh, Orissa e Bihar.

SRI-LANKA:

La Repubblica democratica socialista dello Sri Lanka (ex-Ceylon) è devastata da un conflitto inter-etnico, tra maggioranza cingalese (buddista) e tamil(indù) da almeno vent’anni. Ma l’origine della guerra civile è antica quasi quanto la storia dell’isola: indiani e cingalesi si sono contesi la “perla dell’oceano indiano” per secoli fino all’epoca delle colonie, quando il Portogallo ne fece porto strategico e magazzino per il commercio di spezie (1505). Poi fu la volta degli olandesi e a seguire degli inglesi, che piantarono la Union Jack nel 1815, dominando Serendipity, come la chiamavano i viaggiatori arabi, per più di un secolo.

E proprio sotto il drappo britannico arrivarono frotte di tamil, provenienti dal sud dell’India (Stato Tamil Nadu), come lavoratori stagionali nelle piantagioni di caffè, appena esportate e subito rosicchiate da voraci insettti locali.
Quindi i tamil si trasformarono, per volere della corona britannica, in coltivatori di tè e rimasero in pianta stabile nel nord est del paese. Una minoranza scomoda, prediletta dal divide et impera di Londra, che faceva orrore ai cingalesi  memori delle longa manus dell’India nel corso della secolare storia dell’isola.

Oggi i tamil rappresentano il 17 per cento della popolazione; il 75 per
cento è cingalese; il 7 per cento mora (musulmana) e il restante diviso tra burghers olandesi e veddah, i primi abitanti dell’isola, già presenti nel III secoolo a.C.
Quando l’isola di Ceylon diventa indipendente ( 1948 ) la polveriera è pronta ad esplodere: ai tamil  vengono subito tolti i diritti civili.

Il governo di Solomon Bandaranaike prosegue sulla scia nazionalista e nel 1956 il cingalese diviene per decreto unica lingua ufficiale, come il buddismo unica religione. Alle prime aperture per la minoranza tamil, Bandaranaike è ucciso da un monaco buddista (1959); Srimavo, la vedova ne prende il posto, diventando la prima donna primo ministro del mondo.
Alterne vicende politiche, tra cui la vittoria dell’United National Party (favorevole a una certa apertura ai tamil) traghettano il paese fino agli anni settanta quando le tensioni etniche incendiano definitivamente l’isola. Esplode anche la contestazione marxista con la creazione del gruppo terrorita del Jvp (Fronte di liberazione popolare) di Rohana Wijewera, detto “il Che Guevara d’oriente”.

Nel 1972 Ceylon si autoproclama Sri Lanka nel solco della tradizione nazionalista e promuove leggi per la diffusione dell’unica religione di stato : il buddismo. Nascono i primi gruppi clandestini (Nuove tigri Tamil) per la liberazione dell’Eelam (patria in tamil); nel 1976 prende piede il movimento armato (Ltte, Liberation Tigers of Tamil EElam) sotto la guida di Vellupilai Prabahkaran.

Anche sul versante politico i tamil fanno sentire la loro voce: nel 1977 il partito separatista tamil vince tutti i seggi nell’area di Jaffna, la penisola a nord ovest dove sono concentrati i separatisti. Gli anni ottanta diventano teatro di una dolorosa guerra aperta, che ha la sue scintille  nell’uccisione di tredici soldati cingalesi e nel pogrom di 600 tamil. Il governo di Colombo attua una durissima repressione che ha il volto nero della pulizia etnica: 65mila  tamil abbandonano l’isola per trovare riparo in India, dove sono accolti in 113 campi profughi.
Si acuisce anche il conflitto con la minoranza musulmana che patirà l’esodo di 100mila persone.

Le strategie dei separatisti tamil sono altrettanto efferate: una violenta  guerriglia stronca ogni tentativo dei governativi di controllare il nord est dello Sri Lanka; numerosi attentati, anche  suicidi, seminano il panico anche nella capitale Colombo.
Le trattative di pace messe in piede nel 1985 non portano ad alcun risultato, si continua a combattere. Dopo la creazione di alcune aree a controllo tamil, entra in scena anche l’India, fortemente contrastata da entrambe le fazioni, con l’invio di una
forza di peacekeeping che rimarrà sul terreno fino al 1990. Forse, per questo motivo il premier Rajiv Gandhi è stato assassinato nel 1991, con la complicità del Ltte.
Paramilitari nazionalisti cingalesi e i comunisti del Jvp combattono e compiono attentati contro l’accordo indo-lankese.

Gli attentati tamil si susseguono, sponsorizzati dai sostenitori fuoriusciti ai quattro angoli del mondo: forti dei contributi economici degli esuli all’estero, che vengono utlizzati per armi e approvvigionamenti, i tamil si scatenano contro aeroporti, testate giornalistiche, centri religiosi e politici. Il governo continua la repressione, durissima, ma inefficace nel piegare i ribelli, che invece tengono posizione, nonostante vengano schedati nella lista nera delle organizzazioni terroristiche da Gran Bretagna e Stati Uniti.

Nel 1995 falliscono i nuovi colloqui di pace, una bomba esplode e ferisce gravemente il presidente Chandrika Kamaratunga, figlia di Bandaranaike.
Dal 2000 la Norvegia si prende carico di far da mediatrice alla guerra infinita tra cingalesi e tamil: nel 2002 Oslo ottiene il risultato di uno storico  cessate il fuoco, che, per quanto poco rispettato, regge, almeno sulla carta.

La diplomazia internazionale parla già di ricostruzione: World Bank, Fondo Monetario Internazione, Giappone, Stati Uniti e Ue staccano i assegni, ma gli incidenti si moltiplicano. Navi tamil e della marina militare lankese calano a picco, il disarmo è lontano, sul piano politico solo la ventilata autonomia della regione del nord est tiene in vita la speranza di pace.

La recente (aprile 2003) esclusione della dirigenza del Ltte alla riunione dei donatori di Washington ha fatto saltare le trattative giunte alla settima tornata, programmata in Thailandia.
Il protrarsi degli scontri indebolisce un’economia già in contrazione dal 2001, fiaccando una delle grandi risorse che è il turismo.
L’assistenza di Stati Uniti e Giappone, grazie alla posizione strategica dell’isola, fa sì che il paese non precipiti nella miseria, ma il dramma della guerra ha spezzato intere generazioni. A partire dai bambini, traumatizzati dal conflitto, come parte passiva degli orrori, e attiva quando arruolati da milizie senza scrupolo.
La guerra ventennale dello Sri Lanka ha provocato 64mila morti e almeno un milione di sfollati.

NEPAL:

A cavallo tra i due Paesi più popolosi del pianeta, la Cina e l’India, il Nepal è insanguinato dalla ‘guerra del popolo’, lanciata nel 1996 dal Partito Comunista Nepalese (Maoista) (NCP-M) che combatte con l’intento di sradicare il feudalesimo e la monarchia costituzionale.

Stime recenti ritengono che in questi anni almeno 1800 persone abbiano perso la vita e centinaia sono scomparse dopo essere state arrestate dalla polizia.
. Scopo dei maoisti, che operano in due terzi dei circa settanta distretti che compongono il Nepal, è quello di dare al Paese un governo comunista che possa garantire i diritti dei ceti meno abbienti che rappresentano la stragrande maggioranza della popolazione.

In Nepal, sono molte le persone che con le loro famiglie sono obbligate a lavorare per appena un dollaro al giorno. Questa misera paga non è mai sufficiente a sbarcare il lunario. Di fronte a questo scenario socio-politico-economico, Prachanda si considera paladino dei poveri e propone un programma politico nato dalla fusione dell’esperienza della rivoluzione culturale cinese con quella del gruppo terrorista peruviano ‘Sendero Luminoso’.

Nel 1995 il reddito annuo pro capite ammontava a 180 dollari, con un tasso di mortalità infantile che toccava il 10 per cento, mentre il 71 per cento della popolazione continuava a vivere sotto la soglia di povertà. Le condizioni di vita variano notevolmente fra la capitale e i distretti. A Katmandu l’aspettativa di vita è di circa 70 anni, mentre nelle aree rurali si abbassa a circa 35 anni. Un recente rapporto di Amnesty International denuncia che la situazione nel Paese himalaiano è preoccupante: oltre alle violazioni dei diritti umani ad opera delle forze governative, si evidenzia una crescente incidenza di omicidi e torture da parte dei guerriglieri.

Tra gli abusi attribuiti ai maoisti, nel 1999, erano annoverati il rapimento e le percosse ai danni di membri di partiti politici tradizionali, come punizione, ad esempio, per aver partecipato alle elezioni locali. I circa 22 milioni di nepalesi che vivono disseminati sulla pianura Tarai, fertile e tropicale, gli altopiani centrali, coperti di pascoli e foreste, e i monti dell’Himalaia, dove si trovano le vette più alte del mondo, chiedono pace e giustizia.

BIRMANIA:

La Birmania, ex colonia britannica, ottenne l’indipendenza il 4 gennaio 1948, costituendosi come Unione Federale Birmana e il 18 giugno 1989 prese il nome di Myanmar. Il generale Ne Win, il 2 marzo 1962 con un colpo di stato prese il potere, instaurando una dittatura militare.

Nel 1988, dopo aver duramente represso le manifestazioni contro il governo, lasciando sul terreno più di tremila morti, una nuova giunta militare assunse il potere. Il Consiglio per il Ripristino dell’Ordine e della Legge dello Stato (SLORC) diede inizio a una durissima repressione, attuata per mezzo di torture, esecuzioni sommarie e arresti di massa contro gli attivisti politici. Due anni dopo indisse libere elezioni per la formazione di un’Assemblea costituente. La schiacciante vittoria della Lega Nazionale per la Democrazia (Lnd), che riuscì a ottenere ben 392 seggi su 485, indusse però i militari a invalidare le elezioni e a mettere fuori legge i partiti e i movimenti d’opposizione, con il conseguente arresto di tutti i dirigenti della Lnd. La leader della Lega Aung San Suu Kyi, l’anno successivo fu anch’essa arrestata e quindi costretta per sei anni agli arresti domiciliari. Per la sua strenua lotta contro il regime militare di Yangon, nel 1991 ottenne il premio Nobel per la pace.

Il paese è allo sbando, sconvolto da 50 anni di conflitti interni, sia etnici che politici. I primi riguardano i movimenti indipendentisti delle etnie minoritarie Karen e Shan e Wa, contro cui il governo combatte commettendo genocidi e deportazioni di massa. La posta in palio qui è il controllo dei territori al confine con la Thailandia, ricchi di piantagioni d’oppio, e il controllo del narcotraffico. Solo dal 1996, quando la lotta si è intensificata, si contano migliaia di morti e centinaia di migliaia di rifugiati in Thailandia e Bangladesh. Drammatico il problema delle mine anti-uomo disseminate nelle zone di conflitto. Frequenti anche gli scontri al confine tra gli eserciti di Birmania e Thailandia, che accusa il governo di Yangon di essere pienamente responsabile del massiccio traffico di droga verso il proprio territorio.

Il 6 maggio scorso la cinquantaseienne Aung San Suu Kyi, dopo 20 mesi di arresti domiciliari è stata rilasciata, ma non sarà facile ottenere un sostanziale cambiamento politico in tempi brevi. Le confuse modalità della sua liberazione indicano che nessun accordo, per quanto riguarda la sua libertà di movimento e le attività politiche della sua Lnd, è stato firmato col governo militare del suo paese e questo potrebbe costituire un problema in un immediato futuro. Inoltre, l’attuale atteggiamento del regime non inspira fiducia sul suo impegno ad avviare una fase di transizione, che conduca il paese verso la democrazia. Molti birmani in esilio sono convinti che il governo non abbia intenzione di dividere il potere e che il rilascio di Suu Kyi sia legato al ripristino degli aiuti stranieri, necessari per risollevare l’economia del paese, danneggiata dalle pesanti sanzioni inflitte da parte della comunità internazionale a causa delle continue violazioni dei diritti umani e della partecipazione al traffico mondiale di eroina (di cui la Birmania è uno dei primi produttori mondiali).

Non poche e gravi insidie si annunciano per l’opposizione, logorata e sconfitta da arresti e minacce, sfociate in una diaspora degli esponenti più impegnati divisi tra dubbi e contrasti. Suu Kyi, dopo che la giunta militare birmana le ha permesso di riprendere le sue attività politiche, nella sua prima apparizione in pubblico, ha indicato, tra le priorità, la liberazione di 800 prigionieri politici dell’Lnd, tra cui 17 parlamentari eletti nel 1990, anno in cui vinse le elezioni in Birmania, ma i militari non le hanno mai concesso di governare. Suu Kyi, anche quando fu liberata nel 1995, dopo i sei anni di arresti domiciliari nutriva grandi speranze di portare la Birmania verso un processo di democratizzazione; presto però, andarono tutte deluse: le fu impedito di lasciare la capitale e il suo partito fu dichiarato fuorilegge. Stavolta potrebbe essere diverso, adesso, a differenza del 1995, c’è un processo politico in atto e la leader del Lnd è nel bel mezzo di questo processo e fino a quando ci resterà avrà bisogno dei militari, come loro hanno bisogno di lei. Gli osservatori ritengono che Suu Kyi ha accettato di negoziare con i generali perché non aveva altro mezzo per contrastare il loro potere, dal momento che tengono sotto controllo la popolazione da 14 anni, con uno dei più grossi eserciti dell’Asia e un’efficiente polizia segreta.

I birmani hanno una grande fiducia in Suu Kyi, ma consapevoli che il processo di riconciliazione non sarà breve, temono che anche stavolta si tratti di una falsa apertura da parte di uno dei regimi più repressivi dell’Asia.



Una rapido viaggio in africa
Sabato, Dicembre 8, 2007, 12:58 pm
Archiviato in: guerre dimenticate

da: www.nigrizia.t

 Uno spaccato delle guerre dimenticate dell’africa. Un viaggio nel continente nero di cui poco si sa. E’ un articolo un po’ datato, ma rende bene l’idea di quello che succede e di quello che è successo.

Liberia: dopo la sanguinosa guerra civile degli anni Novanta, è oggi colpita da una grave crisi politica, istituzionale e umanitaria. Gli scontri tra ribelli e forze governative hanno raggiunto nelle scorse settimane la capitale Monrovia. Il presidente Charles Taylor, accusato di crimini di guerra dalla Corte penale della Sierra Leone per aver sostenuto per anni la guerriglia del Ruf fornendo armi in cambio di diamanti, è colpito da un mandato di cattura internazionale. Bloccati in Svizzera i conti correnti suoi e dei suoi più fedeli collaboratori.

Eritrea: un paese già provato da una trentennale guerra d’indipendenza con l’Etiopia, colpito in questi anni da ricorrenti carestie: il 70% della popolazione sarebbe oggi a rischio fame. La nuova guerra con Addis Abeba (1998-2000) per la demarcazione dei confini, ha causato decine di migliaia di morti e centinaia di migliaia di profughi.

Sudan: per vent’anni l’aviazione governativa ha bombardato i villaggi, colpendo anche case, scuole, edifici pubblici, mercati e chiese. Le uccisioni di civili sono state pressoché quotidiane. Oggi è in corso l’ennesimo negoziato tra ribelli dello Spla e governo, apertosi alla fine del 2002 a Machakos (in Kenya). Oltre due milioni i morti di questa guerra, spesso a causa di carestie ed epidemie, mentre altri quattro milioni e mezzo di persone sono sfollati interni o rifugiati nei campi profughi dei paesi vicini.

Somalia: un paese ancora in mano ai “signori della guerra” che, spartitosi il territorio, gestiscono impunemente traffici vari. Il primo governo nazionale di transizione, nominato nel 2000, ha un autorità limitata, di fatto, ad alcune zone della capitale Mogadiscio.

Costa d’Avorio: un paese piegato dal colpo di stato del 19 settembre 2002 che ha bloccato una delle economie più floride del continente e spezzato in due il territorio. Oggi cerca un difficile cammino di riconciliazione, mentre la presenza – militare e diplomatica – della Francia si fa sentire.

Nigeria: dopo una storia di guerre civili, colpi di stato e leader autoritari e corrotti, il governo democratico del presidente Obasanjo, da poco rieletto, sta tentando tra imponenti difficoltà di gestire il problema violenza e la ripresa economica. I paradossi di una “guerra tra poveri” ancora insanguinano molte città del paese più popoloso d’Africa, importante produttore petrolifero.

Sierra Leone: il paese più povero del mondo è ricco però di diamanti, tra le cause di una guerra civile decennale durata fino al 2001. Almeno 50mila i morti, centinaia di migliaia i profughi, molti sopravvissuti che stentano a immaginare un futuro nel loro paese.

Repubblica democratica del Congo: migliaia le persone in fuga, in particolare dalla regione nord orientale dell’Ituri – ricca di minerali preziosi – dove si susseguono i massacri nonostante l’intervento delle forze di pace dell’Onu e dell’Ue.

Tra le altre “guerre dimenticate” con cui l’Europa unita dovrà presto fare i conti, quella in Uganda – dove la guerra dei ribelli dell’Lra sta trasformandosi in un lento genocidio delle popolazioni nilotiche che vivono nei distretti del nord. Su una popolazione di un milione e 400 mila abitanti d’etnia acioli e lango, circa 850mila sono sfollati e vivono all’addiaccio in condizioni umanitarie disperate per la mancanza di cibo e medicinali. E ancora in Burundi, dove sono quasi 50mila, solo nelle ultime settimane, i civili in fuga dai combattimenti in corso tra la ribellione e le forze governative…



La finanziaria: non solo tasse.
Sabato, Dicembre 8, 2007, 12:45 pm
Archiviato in: cronaca, politica

Uno stralcio di alcuni decreti approvati dalla Commissione Bilancio della Camera. Speriamo che passino al vaglio delle due camere…
FINANZIARIA: SI’ DELLA COMMISSIONE A MR. PREZZI
ROMA  – La Commissione Bilancio della Camera ha approvato un emendamento del relatore alla Finanziaria che introduce il “garante per la sorveglianza dei prezzi”. L’emendamento su quello che ormai è conosciuto come ‘mister prezzi’ è una novità dell’ultim’ora. L’ipotesi di inserire in manovra il garante dei prezzi era stata però, per la precisione, già discussa nell’iter della manovra al Senato.
PIU’ RISORSE A TRASPORTO LOCALE
La Commissione Bilancio della Camera ha approvato l’emendamento alla Finanziaria, presentato dal governo, che stanzia nuove riorse per il trasporto pubblico locale. Si arriva cosi’ ad investire nel comparto 614 milioni di euro nel 2008, 651 nel 2009 e 651 nel 2010. Si tratta del primo emendamento approvato in questa convulsa seduta della Commssione Bilancio sulla Finanziaria.
TAGLI ALLE COMUNITA’ MONTANE DA PARTE DELLE REGIONIVia libera della Commissione Bilancio della Camera all’emendamento del relatore alla  Finanziaria che modifica le norme di contenimento della spesa per le Comunita’ montane, affidando alle Regioni il compito di attuare i tagli ”entro sei mesi” dall’approvazione della Finanziaria 
 SI’ UNANIME COMMISSIONE A FONDI SICUREZZA
Si’ all’unanimita’ dalla Commissione Bilancio della Camera alle nuove risorse per la sicurezza per una misura di 200 milioni di euro (di cui 40 per i vigili del fuoco). L’emendamento e’ a firma del relatore Michele Ventura. Passa all’unanimita’ anche l’istituzione del ‘Fondo per la legalita” proposto con un emendamento di Maria Incostante (Pd). 
 
SI’ COMMISSIONE A 100 MLN PER 4 CANADAIR
Via libera dalla Commissione Bilancio della Camera ad uno stanziamento di 100 milioni di euro per acquistare velivoli antincendio. Secondo quanto riferito nel corso dei lavori le risorse sarebbero sufficienti all’acquisto di 4 canadair. L’emendamento alla Finanziaria, approvato dalla Commissione, era del relatore Michele Ventura ma l’importo da lui proposto è stato raddoppiato con il sì della Commissione ad un sub-emendamento di Vladimiro Crisafulli (Pd).
 
SI’ COMMISSIONE A CORPO FORESTALE A AMBIENTE
Via libera della Commissione Bilancio della Camera all’emendamento alla Finanziaria presentato da Angelo Bonelli dei Verdi che istituisce presso il ministero dell’Ambiente il Nucleo Operativo del Corpo Forestale dello Stato di tutela ambientale. ”Il Nucleo – si legge nell’emendamento – dipende funzionalmente dal ministro dell’Ambiente e concorre nell’attivita’ di prevenzione e repressione dei reati ambientali e in materia di maltrattamento degli animali nelle aree naturali protette nazionali e internazionali”.


BOSSI ED I SUOI STRALI
Sabato, Dicembre 8, 2007, 12:25 pm
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Dal sito della Repubblica..

Bossi arringa il popolo della Lega
“Italia schiavista, pronti ad attaccare”
Umberto Bossi

BERGAMO - “Abbiamo il dovere morale di liberare il nostro popolo da questa Italia schiavista. Il potere colonialista imbecille non capisce che il popolo aspetta solo il momento per attaccare, e quel momento verrà”. Toni molto forti quelli usati oggi da Umberto Bossi, nella manifestazione leghista davanti alla Prefettura di Bergamo, a sostegno dei sindaci che hanno firmato ordinanze di vario ripo contro gli immigrati irregolari.

Alla manifestazione partecipano circa 250 persone, tra cui gli esponenti del Carroccio Roberto Calderoli, Roberto Castelli e Mario Borghezio, oltre ai 43 primi cittadini che ieri Bossi ha definito “eroi”. Il sit-in si svolge davanti alla Prefettura, dopo che il prefetto di Bergamo Camillo Andreana ha scritto una lettera di richiamo al sindaco di Caravaggio, Giuseppe Prevedini. Ovvero all’autore di quella circolare che nega l’autorizzazione alle nozze per gli immigrati irregolari; provvedimento poi sottoscritto da tutti i sindaci leghisti della provincia.

Per il resto, Bossi respinge con forza l’ipotesi del partito unico del centrodestra: “I partiti non si possono comprare – attacca – mon si può entrare in un partito unico perchè la Lega ha una sua identità: chi difenderà sennò il popolo della Padania nel partito unico?”. Poi l’invocazione: “Prepariamoci moralmente per la lotta, anche se si rischierà di lasciarci la vita”.