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da corriere.it
La sanità dei primari con la tessera
L’accusa: «Il fenomeno è terrificante in Campania, Calabria, Sicilia… Ma riguarda tutto il Paese»
Per un trapianto di reni vi affidereste a un primario casiniano o diessino, forzista o mastelliano? Se la domanda vi sembra idiota, toccate ferro: i primari vengono scelti così, per la tessera, sempre più spesso. Il bubbone è scoppiato a Genova, grazie allo sfogo di un notissimo chirurgo. Ma lo scandalo si sta rapidamente allargando e forse richiamerà finalmente l’attenzione pubblica su un tema troppo a lungo occultato: le mani della politica nelle nomine perfino delle persone cui è affidata la nostra vita.
Ma partiamo dalla cronaca. Nell’aula magna dell’ospedale universitario San Martino di Genova, uno dei più antichi e dei più grandi d’Europa, Edoardo Berti Riboli tiene la relazione di chiusura della sua presidenza della Società ligure di chirurgia. Occasione solenne. Atmosfera formale. Finché il relatore butta lì: «Marco Bertolotto è diventato primario mentre era presidente della Provincia di Savona. Non ha nemmeno pensato di dimettersi o di andare in aspettativa. È diventato primario perché era politico o politico perché era medico?». È l’inizio d’un atto di accusa violentissimo. Contro i colleghi: «Ci sono chirurghi che non hanno mai davvero esercitato e sono stati promossi grazie alla lunga e fedele militanza politica ». Contro le «scorribande» delle lobby: «San Martino è terra di conquista per un intreccio tra politica e massoneria. C’è un chirurgo assunto grazie a by-pass massonici».
Contro i partiti: «Nel nostro ambiente si procede soltanto grazie al partito. Fra destra o sinistra non faccio differenze. Hanno la stessa voracità, solo che la sinistra è molto più strutturata ». Contro il governatore Claudio Burlando: «Si comporta come un dittatorello sudamericano… Se noi dobbiamo ringraziare chi ha curato i nostri genitori gli regaliamo dei fiori. Lui per dimostrare la sua gratitudine alla dottoressa che ha curato suo padre ha creato un reparto di ospedale».
E via così. Parole pesanti. Subito raccolte dal Secolo XIX. E da Burlando respinte con amarezza: «È un attacco di cattivo gusto che rientra in uno scontro tra quelli che una volta si chiamavano “baroni”. Non sapevo nemmeno che avessero creato un reparto nuovo. È vero che mio padre è stato curato in quel reparto, ma questo mi ha fatto soltanto capire quanto sia importante. Ho visto che per fare certi esami era necessario perfino andare a Torino… ». Neanche il tempo che l’accorata difesa del governatore e di alcuni primari tirati in ballo a partire da Marco Bertolotto («Sono stato nominato con regolare concorso. Si dice sempre che gli amministratori non devono essere politici di professione e poi se uno fa il presidente della Provincia e il medico lo si accusa di essere raccomandato») fossero pubblicate, e il giornale rilanciava le rimostranze del direttore della clinica oculistica Giovanni Calabria: «Noi in un anno forniamo 20mila prestazioni, Foniatria 200. Invece di dargli due stanze in più gli hanno dato 800 metri quadri. Per un medico e l’assistente». E perché? «Eccesso di zelo. Quando siamo andati dal direttore sanitario Gaetano Cosenza a fargli presenti le nostre difficoltà ha risposto che la realizzazione del nuovo reparto era un desiderio espresso da Burlando, che aveva identificato la mancanza di questo servizio e gli aveva detto di crearlo». Replica Burlando: «Dover andare a Torino per quel genere di cure non lo ritenevo tollerabile, per una città come Genova». Troppo spazio? «È una cosa che nemmeno io so spiegarmi. Io ho solo evidenziato una criticità che pesava sui cittadini… ».
Chi abbia ragione e chi torto si vedrà. Così come si vedrà se i medici tirati in ballo riusciranno a spiegare le loro ragioni e se la polemica politica, sollevata dentro la stessa sinistra dal consigliere Franco Bonello prima ancora che dal capogruppo di An Gianni Plinio, finirà per diventare incandescente o se prevarrà il silenzio in base all’antico monito evangelico: «Chi è senza peccato… ». Certo è che lo scandalo genovese getta sale su una ferita che è forse poco nota alla pubblica opinione ma da tempo sanguina nel corpo stesso dei medici italiani: il problema della scelta dei direttori generali e più ancora dei primari. Se la tesi che le politiche sanitarie devono essere decise dalla politica e che spetta dunque alla politica nominare i vertici delle Asl, tesi sostenuta sia a destra sia a sinistra, è più complicato convincere i cittadini sulla legittimità che anche un primario di ostetricia possa essere scelto sulla base dello schieramento politico. O peggio ancora partitico.
Eppure così avviene. E non solo in Liguria. Lo sostengono, ad esempio, tutti i medici via via coinvolti sul sito polis- savona.it nella discussione aperta dal dottor Giorgio Menardo. Il quale spiega che, cancellati i vecchi concorsi dove la commissione era composta da «un professore universitario, estratto a sorte dagli elenchi nazionali, tre primari ospedalieri della materia anche loro sorteggiati, ed un medico dirigente del ministero della Salute con un rappresentante dell’amministrazione locale che bandiva il concorso (…), vi sono oggi due primari ospedalieri quasi sempre della stessa regione ove ha sede l’ospedale che bandisce il posto ». Gente direttamente coinvolta. Peggio, l’esame vero e proprio non c’è più: «È solo una formalità che nella stragrande maggioranza dei casi si conclude con la dichiarazione che tutti i concorrenti sono idonei a ricoprire quel posto lasciando al Direttore Generale carta bianca nel scegliere chi vuole». Risultato: la politica pesa tanto che, dato che si sa già chi vince, crolla ovunque il numero dei partecipanti ai concorsi. Direte: possibile? Sul serio i primari sono spesso scelti solo per le simpatie politiche? «Non spesso, sempre», risponde secco Stefano Biasioli, segretario nazionale della Cimo, la Confederazione Italiana Medici Ospedalieri, considerata a torto o a ragione vicina ai moderati. «È un’intrusione massiccia. Pesantissima. Non solo nella scelta dei primari ma anche dei medici, degli infermieri… Nelle regioni di destra e di sinistra. Certo, il fenomeno in Campania, in Calabria o in Sicilia è terrificante. Ma riguarda, purtroppo, tutto il Paese. Tutto ». Carlo Lusenti, il segretario dell’Anaao, conferma: «Se non sempre, la politica ci mette il naso nove volte su dieci. Per carità, non c’è solo la politica. Ci sono le lobby universitarie, le cordate, i sindacati… Ma è certo che, se non si cambia il sistema delle nomine…».
Gian Antonio Stella
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da repubblica.it
Da Gasparri a Marzano e Buttiglione
i ministri sugli elicotteri del generale
di CARLO BONINI
L’ex comandante della GdF Speciale
Il riflesso pavloviano con cui, nelle ultime quarantotto ore, parte del centrodestra è tornata a cavalcare rumorosamente l’affare Speciale, ha evidenti ragioni politiche, ma, a ben vedere, tradisce anche antiche consuetudini con il generale. Ancora una volta, sono di un qualche aiuto i documenti con cui il III Reparto Operazioni del Comando Generale della Guardia di Finanza ha dato conto a Palazzo Chigi, alla magistratura militare e contabile, del servizio che il Corpo ha offerto alla Politica nelle ultime due legislature.
Aerei, elicotteri, motovedette, motoscafi, messi a disposizione dell’Autorità. Di governo e di sottogoverno. Uno spensierato andirivieni, spesso difficile da giustificare con “esigenze istituzionali” vuoi per le destinazioni, vuoi per le date dei trasferimenti (spesso feriali o in coincidenza di week end), ma utilissimo ad acquisire benevolenze (i documenti, come del resto quelli relativi al solo Speciale, pubblicati ieri, sono consultabili integralmente sul sito di Repubblica.it).
Qualche numero. Nei cinque anni di governo di centrodestra (2001 – 2006), il “dispositivo aeronavale” della Guardia di Finanza muove 118 voli e 83 imbarcazioni per garantire il trasporto di autorità politiche. Nell’anno e mezzo successivo (attuale governo di centrosinistra), il dato scende a 24 (voli) e 31 (imbarchi). La statistica, in sé poco indicativa (al di là di un’evidente diminuzione della “prassi”, circa il 40 per cento, nel passaggio di legislatura), acquista un suo significato, se si guarda al dettaglio. Tra il 2001 e il 2006, al netto dei viaggi e degli imbarchi per assicurare il movimento dei vicepresidenti del Consiglio, dei ministri dell’Economia che si succedono nell’incarico (Giulio Tremonti e Domenico Siniscalco) e dei loro sottosegretari, sui cui viaggi può essere più complesso sindacare vista la dipendenza gerarchica del Corpo dal ministero e le esigenze di spostamento di un ministro (anche se è significativa una trasferta di Siniscalco all’isola di Cavallo nell’agosto 2005), la platea dei viaggiatori resta affollata. E i loro nomi aiutano a ricostruire una geografia di amicizie e benevolenze utile forse a inquadrare anche lo spettacolo parlamentare di scena in queste ore.
Prendete Maurizio Gasparri. Sabato sera, l’ex ministro delle comunicazioni, componente dell’esecutivo di Alleanza Nazionale, è tra i più lesti a impugnare la sentenza del Tar come una clava. Dice: “Il Comandante Generale della Finanza ha un nome e cognome, Roberto Speciale. Lo ha chiarito la magistratura. Si proceda al suo reintegro immediato e all’immediato allontanamento dal governo di Padoa Schioppa e Visco. Due persone che hanno più volte violato le leggi. Le finanze pubbliche non possono rimanere in mani che affondano nell’illegalità”. Bene, da ministro, Gasparri non solo ha stabilito rapporti di amicizia con Speciale, ma è stato più volte gradito ospite del “dispositivo aeronavale” del Corpo, prima ancora che il generale ne assumesse il comando. Qualche data e qualche destinazione. A Ferragosto del 2002, in compagnia della moglie Gaia, è su un elicottero A109 che lo porta da Marettimo, perla delle Egadi (dove evidentemente non è impegnato, vista la data, in attività di governo), a Palermo e di qui a Piano Stoccato (Reggio Calabria), Oppido Mamertina e di nuovo a Marettimo. Lo stesso accade nell’estate 2003. Il 12 luglio una motovedetta lo trasferisce, sempre insieme alla moglie, da Trapani a Marettimo. A ferragosto, si ripete in elicottero il giro in Calabria. Questa volta, per una visita alla comunità di don Gelmini in quel di Zerbo (Reggio Calabria).
Le isole non sono un’esclusiva di Gasparri. Il senatore Francesco Bosi, sottosegretario alla Difesa, trova più agevole raggiungere l’Elba dal continente con elicottero. E con elicottero o motovedetta farvi ritorno. Antonio Dalì, sottosegretario al ministero dell’Interno, raggiunge le Egadi dal cielo e dal mare. E non sono trasporti di linea. Anche l’austero Rocco Bottiglione, ministro delle politiche comunitarie, in un paio di occasioni, non disdegna un passaggio sulla terraferma da Ischia e da Capri.
Ma è Antonio Marzano, ministro delle attività produttive, il più assiduo. Fa avanti e indietro tra il molo Beverello (Napoli) e Ischia. Talvolta si allunga a Capri. Gli è stata è vero affidata una scorta della Guardia di Finanza, ma la circostanza, a leggere i documenti del Comando generale, non significa affatto che quei trasferimenti “eccezionali” siano giustificati da motivi di sicurezza. “Trasporto autorità di governo”, è l’anodina giustificazione o, talvolta, “esigenze di movimento autorità di governo”. Che è un po’ come dire: la motovedetta salpa perché il ministro ha esigenza di salirci. Del resto, quando sono motivi di sicurezza a suggerire che Marzano venga trasportato in modo eccezionale, non è – come rendono evidente i documenti – il Comando generale della Finanza a richiedere il viaggio, ma direttamente l’ufficio scorte del Viminale. Il che accade in non più di una decina di occasioni e sempre per un trasporto in motoscafo nel lido di Venezia, non al sole di Ischia.
Con il cambio di maggioranza a Palazzo Chigi, si avverte, come si è detto, un certo self-restraint. Che, tuttavia, non riguarda tutti. C’è un ministro del governo Prodi che degli elicotteri del Corpo fa uso frequente: Alfonso Pecoraro Scanio (cui, per altro, è stata assegnata una scorta della Guardia di Finanza). Dicono al ministero dell’Economia che sia stato invitato a una maggiore sobrietà.