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da espresso.it
Battaglione Rommel
Le immagini di un mezzo corazzato dell’esercito italiano colpito da una mina nel deserto dell’Afghanistan svelano un particolare inquietante: i nostri soldati vanno in missione con la palma dell’Afrika Korps hitleriano dipinta sulle jeep
La jeep italiana colpita da una mina. Sulla portiera
si riconosce la palma simbolo dell’AfriKa Korps
La cattiva notizia è quella palma dipinta sulla fiancata, che riproduce esattamente il simbolo dell’Afrika Korps: è stata omessa solo la svastica. Un’iniziativa di pessimo gusto: estanea alla tradizione militare italiana, ma soprattutto lontana da quei principi democratici che dovrebbero ispirare le missioni all’estero. Gli scatti non permettono di identificare a quale reparto appartenga il veicolo coinvolto nell’attentato: nella zona operano squadre di parà del Col Moschin e di incursori di marina del Comsubin. Nell’autunno 2006 i soldati tedeschi in servizio in Afghanistan vennero fotografati con un simbolo praticamente identico dipinto sulle loro jeep. Le immagini pubblicate sul settimale Stern spinse il ministero della Difesa ad aprire un’inchiesta e sospendere dal servizio sei militari.
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Il giornalista ha raccontato agli investigatori di essere stato avvicinato ieri sera in via
Di Benedetto, a Partinico (Palermo), da alcuni giovani e di avere riconosciuto, tra gli aggressori, uno dei figli del boss mafioso Vito Vitale.
Maniaci ritiene che l’episodio sia collegato alla messa in onda su TeleJato di un servizio sui lavori avviati dal comune di Partinico su un terreno in zona Vallegrande dove si trovavano alcune stalle di proprietà dei Vitale confiscate dallo Stato.
Telejato, nata 19 anni fa, è stata rilevata e diretta da Giuseppe Maniaci dieci anni dopo. La Tv ha sede a Cinisi e copre un territorio di 20 comuni, con un bacino di circa 150 mila telespettatori.
Il palinsesto della Tv si contraddistingue per continue inchieste giornalistiche sulla mafia e sul territorio di Partinico. Un telegiornale va in onda alle 14 e 15 e si protrae per oltre un’ ora ed è visibile sul sito internet (www.telejato.it)
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da unita.it
Berlusconi assolto: falso in bilancio non è più reato
Berlusconi assolto per il processo Sme. Diciamo la verità, le alternative erano solo due, l’assoluzione o la prescrizione. Motivo? La depenalizzazione del falso in bilancio voluta dal governo di centrodestra gli è tornata utile. A nulla è servita l’insistenza del pm Ilda Boccassini che voleva la prescrizione: nessuna condanna, ma almeno l’’affermazione del reato commesso. E invece no, Berlusconi intasca un’assoluzione a tutti gli effetti: gli contestavano di aver dichiarato il falso nei bilanci della Fininvest dal 1986 fino al 1989. Passa così la linea dell’avvocato difensore del Cavaliere, nonché senatore di Forza Italia, Nicolò Ghedini, che aveva chiesto l’assoluzione perché il fatto non costituisce più reato, così come deciso dalle modifiche alla normativa sui reati societari approvate nell’aprile del 2002. Quando a Palazzo Chigi regnava la Casa delle Libertà.
Il processo era stato sospeso il 28 ottobre 2002: si era dato mandato alla Corte Europea di valutare la congruità della normativa italiana sul falso in bilancio con le direttive comunitarie. Il responso arrivò nel maggio del 2005: la Corte Europea decise di non entrare nel merito delle leggi in vigore nei singoli paesi, anche se ora Ghedini dice che «aveva detto che la modifica di legge dell’aprile del 2002 era corretta e rispondente alle direttive comunitarie».
Nonostante l’assoluzione, comunque, gli avvocati di Berlusconi non sono del tutto contenti. Avrebbero voluto che insieme al processo appena concluso fosse celebrato anche quello relativo alla presunta corruzione dell’avvocato inglese David Mills, per il quale Berlusconi «rischia una condanna a sei anni in primo grado», come stimato da uno dei suoi legali, Gaetano Pecorella. Si erano infervorati, Ghedini e Pecorella, per la decisione della Procura di Milano di tenere separati i due procedimenti. «Certamente – diceva il legale Gaetano Pecorella – è segno della volontà di definire rapidamente il processo Mills, perché escludendo la riunione di due procedimenti, il giudice potrà concluderlo più o meno in coincidenza con le eventuali elezioni anticipate». Il solito complotto delle toghe rosse, insomma. Berlusconi, come è noto, vorrebbe tornare al voto prima possibile, e, come insinuato dallo stesso Pecorella, non è da escludere che tanta fretta sia legata proprio ai procedimenti legali in corso.
«L’assoluzione di Berlusconi dall’accusa di falso in bilancio era scontata – commenta il capogruppo del Prc al Senato Giovanni Russo Spena – la legge che abolisce il reato se l’era fatta, come molte altre, su misura». E a chi accusa l’Unione di non aver cancellato le “leggi-vergogna”, Russo Spena spiega che «il governo di centrosinistra stava reintroducendo il reato di falso in bilancio con il decreto sicurezza, il mondo giuridico e gli imprenditori onesti infatti chiedevano proprio questo». È ovvio, conclude l’esponente di Rifondazione che «se Berlusconi vince le elezioni, falsificare i bilanci delle aziende diventerà uno sport nazionale».
Attacca anche la deputata dell’Italia dei Valori Silvana Mura , secondo la quale questo è « un caso lampante di investimento politico che ha dato pienamente i suoi frutti, e lo ha fatto al punto che lo stesso Berlusconi ha già annunciato di avere pronto per la prossima legislatura un altro bel pacchetto di leggi-vergogna, ad iniziare da quella sulle intercettazioni».
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da repubblica.it
Rugby, rimmel e fango
le ragazze che fanno meta
di CORRADO SANNUCCI
ROMA - Gli uomini della mischia, dicono di se stesse quando s’ammucchiano contro le avversarie. Ma non sono uomini, sono donne. “E’ un modo di dire. Quello corretto, le donne della mischia, forse farebbe ridere”. Giuliana Campanella è arrivata da Auckland con i due figli per poter essere in campo venerdì a Dublino contro l’Irlanda nella prima partita del Sei Nazioni femminile di rugby.
“Quando prolungo l’allenamento e preparo qualche calcio tra i pali Patrick, che ha tre anni, mi fa ‘the last one, mommy, please’, mentre Chiara che ha sei mesi bruca il prato”. Daniela Gini è romana, capitana della Red&Blu, figlia di giocatore e moglie di giocatore, come gran parte di questa tribù di ragazze che è cresciuta con il rugby in famiglia. “Era il novembre 2005, sono andata in meta, mi si è storto il piede con frattura dei malleoli e del perone. Li ho rigirati, rimettendoli a posto con le mie mani. Al medico che mi portava fuori e scherzava ho detto: se non piango non vuol dire che non mi faccia male”. Daniela è la faccia glamour della nazionale, con un suo generoso decolletè ha fatto la sua apparizione-choc a una manifestazione nella provincia di Roma: possono essere così le giocatrici di rugby?, si chiedeva Gasbarra.
Il corto circuito tra bellezza e scontro fisico è tutto nella testa di chi sta fuori: per loro che in campo mettono la faccia è tutto normale. Rimmel e fango, tackle e biberon, il combattimento e la carezza, tutto stride con l’immagine della donna. Come stride Paola Zangirolami, 23 anni, da Monselice, uno scricchiolo di un metro e 60, con due occhi azzurri e i riccioli biondi, campione d’Italia con il Riviera del Brenta. E’ il talento dell’Italia del rugby, ma è con queste forze che dovremo combattere i donnoni del nord, le gigantesse inglesi e quegli altri personaggi sparsi nelle altre squadre come la famosa ‘Ugo’ della Francia o ‘Manolo’ della Spagna, così chiamate per la loro scarsa avvenenza.
I commenti più frequenti: ma che le donne giocano a rugby? Oppure: ma le donne devono stare a casa. Oppure: ma che mi stai a prendere in giro. La dimostrazione migliore sarebbe un placcaggio assassino lì sul posto, ma le ragazze fuori dal campo si inteneriscono. “Le belle sono belle e le brutte brutte. C’è chi ha figli e chi è ‘maschile’. Ma perché, gli altri sport non tolgono femminilità? Andate a vedere le botte che si danno in una partita di basket” dice Michela Tondinelli, mediano di apertura della Benetton, la squadra che ha introdotto il rugby femminile in Italia negli anni ‘80, vincendo poi 19 scudetti consecutivi.
A ferirle non è il maschilismo estetico ma la clandestinità in cui vivono. Non ci sono televisioni per loro, niente dirette, quindi niente sponsor. La federazione le onora con una diaria di 26 euro al giorno: Daniela affida la figlia a nonni e zii, le altre prendono le ferie, e c’è chi non fa vacanza per lustri.
E’ ancora il mondo del dilettantismo puro e dell’allattamento a bordo campo. “Ma i nostri terzi tempi sono fantastici”, leggendario quello di Cagliari, dove le squadre ospiti della Grazia Deledda (come se la Roma o la Lazio si chiamassero Alberto Moravia) vengono festeggiate con malloreddus, culurgiones e seadas. Niente catering, tutto fatto in casa delle giocatrici.
E’ l’unica concessione alla cultura della donna così com’è stata codificata da chi la vuole casalinga e mamma: ma giocare a rugby è una forma di protesta o di emancipazione? “So soltanto che giocare vuol dire avere coraggio, mettersi alla prova, accettare le sfide. E poi ci piace il contatto fisico”, dice Daniela. Il piacere dell’uno contro uno contrapposto all’uno contro uno con il figlio o il marito: forse allenarsi a questo per quello o viceversa. I numeri del movimento rugbistico femminile però sono indicativi: le tesserate 4 anni fa erano 1000, oggi sono 4000, delle quali l’80% ragazze sotto i 16 anni, probabilmente arrivate al rugby dopo avere visto i fratelli Bergamasco nel Sei Nazioni.
Lo dicono tutte: il confronto con i maschi è sempre presente. Forse i numeri sono troppo piccoli per rivelare una tendenza sociologica ma è significativo un altro dato: sotto Roma non ci sono squadre ma sperdute unità, eroine sole in campi spelacchiati della Sicilia. “Una vergogna” mugugna Giuliana Campanella, che è messinese, protagonista di una stagione in cui a Messina una squadra, e forte, c’era. Giuliana vive nel paradiso del rugby: e avere un marito neozelandese aiuta nel babysitteraggio. La Zangirolami insegna e studia, la Gini è contabile, la Facchini è veterinario, le sorelle Schiavon, Veronica e Valentina, una laureata in lingue orientali, l’altra è imprenditrice. E’ un mondo colto, un’umanità diversa da quella delle veline o delle aspiranti al Grande Fratello. “Ragazze che vogliono apparire per gli altri. Che non rischiano le mani. Che non si sdraiano sulla compagna a terra per proteggerla” dice Daniela. Un mondo colto com’è nella tradizione del rugby, sport delle élite.
Quella volta Twickenham è stato il giorno di gloria della breve storia del rugby femminile: Lo Cicero e qualche altro, che avevano finito da poco la loro partita, si sono fermati a salutare, fare coraggio e a vedere qualche minuto della partita. Un riconoscimento che arriva dai maschi ma è già un inizio. L’impegno della Federugby viene definito da tutte “umano più che economico”: le ragazze arrivano al loro Sei Nazioni con solo una settimana di ritiro e nessuna amichevole di preparazione. Ma anche i maschi erano in queste condizioni cinquant’anni fa, senza risultati, senza soldi, senza tv.
“Siamo le più povere delle povere” dicono. In compenso la loro nazionale è la più italiana delle italiane, qui non ci sono equiparate o oriunde o mogli acquisite. Un problema c’è: le azzurre, a partire dalla Zangirolami, sono tutte troppo piccole. Ma le alte, in Italia, ormai vanno tutte a giocare a pallavolo. Basterebbe una vittoria per fare emergere le protagoniste di un mondo che è fatto di botte, di lividi che passano nella notte e il giorno dopo c’è il bambino da portare all’asilo o l’ufficio da raggiungere. Per ascoltare poi la solita frase: donne e rugby, ma che mi stai a prendere in giro?
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da unita.it
Iraq, rogo di documenti nella Banca centrale
Tre attentati dinamitardi con morti e feriti, una decina di cadaveri decapitati trovati al bordo di una strada, soldati americani che tornano in patria dentro bare ammantate della bandiera a stelle e strisce: l’Iraq è sempre l’Iraq. Anzi, dopo alcuni mesi in cui la situazione sembrava aver subito una svolta positiva, in questo martedì di fine gennaio ad uno sguardo d’insieme sembra aver fatto un balzo all’indietro. Eppure ci sono lo stesso delle eclatanti novità, per quanto sia assai difficile darne una connotazione positiva.In uno degli attentati di lunedì che hanno colpito Baghdad – un altro più comunemente è stato contro una pattuglia americana -, è stata una donna a farsi esplodere. Velata e imbottita di esplosivo è riuscita così a confondersi tra le altre in fila per la perquisizione al posto di blocco d’ingresso alla zona commerciale del quartiere sunnita di Amariyah. Due sue vicine sono morte e altrettante sono rimaste ferite per il suo gesto suicida.
Un’altra esplosione ha colpito in mattinata la città di Mosul. Quindici persone sono rimaste ferite: tutti passanti che si trovavano casualmente sulla stessa strada, nel pieno centro cittadino, al passaggio di una pattuglia dell’esercito Usa, obiettivo dell’attentato. Lunedì in un analogo attacco hanno trovato la morte cinque soldati americani.
La città di Mosul e l’intera provincia di Ninive, ai confini con ill Kurdistan iracheno, è da una settimana al centro di violenti combattimenti. Da quando le truppe Usa e irachene hanno lanciato congiuntamente quella che il premier Nuri al Maliki ha definito la «battaglia finale contro Al Qaida». L”offensiva è partita, martedì scorso e i morti sono già un centinaio. Sessanta sono morti nella potente esplosione che ha distrutto un deposito di bombe, probabilmente usato dai qaedisti. Il giorno successivo lì tra le macerie è stato ucciso il capo della polizia della provincia di Ninive che stava facendo un sopralluogo. L’organizzazione qaedista “Stato Islamico dell’Iraq” ha smentito la paternità dell’attentato al deposito accusando «i crociati» – cioè gli occidentali -di averlo realizzato per incolpare gli islamisti sunniti.
A Moqdadiyah, un centro a nordest di Baghdad, nella provincia di Diyala – considerata la roccaforte della corrente irachena di Al Qaida- oggi la polizia ha trovato 19 corpi mutilati, dieci dei quali con la testa mozzata. Tutti uomini la cui morte risalirebbe a pochi giorni fa. Era da un po’ che non si facevano macabri ritrovamenti del genere in Iraq, fino a poco tempo fa molto frequenti, che rimandano alla pratica di torturare e giustiziare i prigionieri da parte di squadroni armati.
Metodi spicci, forse utilizzati anche dagli ex combattenti delle milizie sunnite che adesso vengono inquadrati nell’esercito iracheno in funzione anti Al Qaida.
L’esercito Usa ha annunciato ieri che più di 9 mila membri dei Consigli del Sahwa (“risveglio” in arabo), la milizia sunnita che combatte l’organizzazione di al-Qaeda in Iraq, sono stati selezionati e pronti per essere inquadrati nell’esercito e nelle forze di polizia. Unica condizione richiesta per il loro inserimento nelle truppe regolari è un giuramento di lealtà verso lo Stato e la rinuncia al confessionalismo.
Nel nuovo Iraq, dove qualcosa cambia e qualcosa assume una sembianza diversa, un certo sconcerto è stato suscitato dal rogo che ha semidistrutto, lunedì, il palazzo della Banca centrale irachena. Uno strano incendio divampato all’inizio dell’orario di lavoro, che si è propagato in fretta senza fare feriti ma distruggendo completamente i primi quattro piani dell’edificio. Ci sono volute sei ore ai pompieri per domare le fiamme.
Un certo numero di parlamentari iracheni chiede ora al governo del premier Nouri al-Maliki di formare una commissione d’inchiesta per conoscere le cause e individuare i responsabili del rogo. Che tra l’altro, è curiosamente scoppiato in simultanea con un altro incendio al ministero del Lavoro e degli Affari sociali. Il sospetto è che le fiamme potrebbero essere state appiccate ad arte per distruggere i documenti che provavano le accuse di corruzione nei confronti di alcuni funzionari del governo. E i documenti con cui il ministero del Petrolio dava inizio ai procedimenti per sanzionare le compagnie petrolifere straniere che hanno stretto contratti diretti con la regione del Kurdistan, bypassando il governo centrale.
Testimoni oculari hanno riferito che tutto intorno al palazzo, già protetto da alti muri di cemento, sono stati immediatamente eretti cordoni di sicurezza e posti di blocco, isolando l’intera zona, il quartiere settentrionale di Bab al-Mouadham, e impedendo a fotografi e tele-operatori di riprendere anche solo un fotogramma della scena.
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da repubblica.it
Il Papa: “La proprietà
non è un diritto assoluto”
Benedetto XVI
CITTA’ DEL VATICANO – La proprietà delle ricchezze, secondo l’insegnamento evangelico, non è un diritto assoluto. Lo ricorda il Papa nel messaggio per la Quaresima, che riafferma come la ridistribuzione delle risorse sia un dovere morale sia al livello degli Stati, sia nella vita di ciascuno, attraverso l’elemosina. “Non siamo proprietari – scrive Benedetto XVI – bensì amministratori dei beni che possediamo: essi quindi non vanno considerati come esclusiva proprietà, ma come mezzi attraverso i quali il Signore chiama ciascuno di noi a farsi tramite della sua provvidenza verso il prossimo”.
In proposito, il Pontefice cita il Catechismo della Chiesa Cattolica, secondo il quale “i beni materiali rivestono una valenza sociale, secondo il principio della loro destinazione universale”.
“Ogni anno – spiega – la Quaresima ci offre una provvidenziale occasione per approfondire il senso e il valore del nostro essere cristiani, e ci stimola a riscoprire la misericordia di Dio perché diventiamo, a nostra volta, più misericordiosi verso i fratelli”. E la Chiesa “si preoccupa di proporre alcuni specifici impegni che accompagnino concretamente i fedeli in questo processo di rinnovamento interiore: essi sono la preghiera, il digiuno e l’elemosina”, una pratica, quest’ultima, che rappresenta un modo concreto di venire in aiuto a chi è nel bisogno e, al tempo stesso, un esercizio ascetico per liberarsi dall’attaccamento ai beni terreni”.
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da repubblica.it
Forti infiltrazioni della mafia
nelle amministrazioni del Sud
Indagini in corso su scambio elettorale tra boss e politici meridionali
PALERMO – Le infiltrazioni della criminalità organizzata nella pubblica amministrazione sono fortissime nelle regioni del Mezzogiorno. E soprattutto nel Meridione si indaga per intrecci politico-mafiosi e voto di scambio. E’ quanto emerge dalla relazione annuale presentata dalla Direzione nazionale antimafia, guidata da Piero Grasso. Secondo la Dna, le maggiori inchieste giudiziarie avviate dalle procure Distrettuali antimafia riguardano collusioni fra boss e politici, ma soprattutto fra esponenti della criminalità organizzata e amministratori pubblici.
Infiltrazioni nella pubblica amministrazione nel Sud. Procedimenti penali che puntano a far luce sull’intreccio tra criminalità organizzata e amministratori pubblici sono stati avviati dai magistrati dei distretti di Napoli, Messina, Salerno, Catanzaro, Reggio Calabria e Cagliari. “Una parte rilevante dell’azione di contrasto – si legge nella relazione della Dna – risulta essere stata svolta dalla procura distrettuale antimafia di Palermo che, per numero e qualità delle investigazioni, ha assunto sicuramente una posizione di preminenza nella repressione delle condotte di contiguità politico-mafiosa”.
Politici meridionali pagano boss per voti. I politici di diverse regioni meridionali avrebbero pagato somme di denaro ai boss delle organizzazioni criminali per ottenere voti nelle ultime consultazioni elettorali. I magistrati analizzano lo scambio elettorale politico-mafioso che ci sarebbe stato in diverse città del Sud. Nella relazione viene evidenziato “il soddisfacente numero di procedimenti d’indagine che puntano a contrastare uno dei settori di maggiore pericolosità dell’infiltrazione mafiosa”. Nella fase delle indagini preliminari, nel periodo che prende in esame la relazione della procura nazionale, emerge che il maggior numero di procedimenti aperti sono a Napoli (8), segue Catanzaro (7), poi Palermo (2) e con un procedimento ciascuno Catania, Reggio Calabria, Bari e Lecce.
Emergenza rifiuti elevata a sistema dalla camorra. La relazione annuale della Direzione nazionale antimafia si occupa anche della crisi rifiuti in Campania. “L’emergenza è stata elevata a sistema, grazie a una perversa strategia politico-economico-criminale che ha fatto sì che la necessità di affrontare il contingente col metodo dell’urgenza rispondesse agli interessi di centri di potere politico, economico e criminale (leggasi camorra)”. Secondo i magistrati è scaturita “una sorta di specializzazione della criminalità organizzata campana” al punto che “oggi può in generale affermarsi che l’Ecomafia veste i panni della camorra”.
In virtù di questo business, l’analisi dei magistrati della Dna rileva che “mentre nei tempi passati una buona fetta dell’economia napoletana si basava sul contrabbando, il cui indotto garantiva la sopravvivenza di larghi strati della popolazione, nel presente è l’emergenza rifiuti che svolge lo stesso ruolo”. “Il che spiega come spesso essa venga creata e mantenuta ad arte – si osserva dalla Dna – con la camorra sempre di sottofondo”.
Impossibile arrivare a mandanti occulti omicidio Fortugno. Per la Direzione nazionale antimafia, i mandanti occulti dell’omicidio di Franco Fortugno “sarà molto difficile individuarli”. “Al momento – si legge nella relazione annuale – solo nuove, significative, collaborazioni, potrebbero fare registrare novità in questa direzione e le collaborazioni cui si fa riferimento dovrebbero provenire o dagli attuali imputati (Alessandro Marcianò e Salvatore Ritorto, quest’ultimo indicato come esecutore del delitto) ovvero dai capi della cosca Cordì, ovvero da altri ambienti coinvolti in qualche modo nella vicenda”.
Su politica e ‘ndrangheta la procura nazionale antimafia sottolinea inoltre che anche le indagini sul tentato omicidio del deputato Saverio Zavettieri sono a un punto morto e, se pure le intercettazioni a suo tempo disposte su tale vicenda si sono rivelate di grande utilità, “non hanno tuttavia consentito di individuarne mandanti ed esecutori, nonostante siano trascorsi quasi tre anni dal fatto”.
Secondo la Direzione nazionale antimafia, che fa il punto sulle indagini che riguardano i mandanti dell’omicidio Fortugno, “la gravità della mancata soluzione non risiede solo nella impunità che ne conseguirebbe per gli ignoti committenti (ed esecutori nel caso del tentato omicidio di Saverio Zavettieri), ma anche nella impossibilità di uscire dalla logica criminale e mafiosa da cui sembra avviluppata e condizionata la Calabria, e ancora nella mancata individuazione dei collegamenti tra poteri politici, occulti e mafiosi, che si intuiscono sullo sfondo degli eventi”.
La procura nazionale sottolinea una fase particolare che non ha trovato sbocco nella società calabrese: “La sensazione diffusa che la fase di rinnovamento e di riscatto che sembrava inaugurata dopo l’omicidio Fortugno (di cui era emblema il movimento dei ragazzi di Locri) si sia rapidamente conclusa e senza il raggiungimento di alcuno dei frutti sperati”.
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da repubblica.it
Lascia anche il magistrato antimafia
“Noi prigionieri di boss e massoni”
di ANTONELLO CAPORALE
Un cartello stradale con fori di proiettile a Mileto (Vibo Valentia)È VIVA o morta la Calabria? “Attaccata al respiratore di una macchina mangiasoldi. Da deputato eletto a Catanzaro vedevo gente famelica starmi accanto, senza nessun senso del bene comune. Ho preso la valigia e sono tornato da dove ero venuto. Adesso sono consigliere comunale a Torino, eletto nella lista di Chiamparino”. Massimo Mauro, quindici anni nel pallone, racconta la sua disfatta politica: “Inadeguato nel ruolo, inconsapevole che quella terra ha una fame che le ruba dignità. Impossibile vivere a casa mia, impensabile continuare a fare politica lì”.
In Calabria il bene e il male sono l’uno addossato all’altro: “Per una cosa che fai buona ne guasti dieci. Sembra di raccontare storie dell’altro mondo”. Lo dice Agazio Loiero, il presidente di un governo regionale che più di una volta, per evitare i questuanti, e forse molto altro ancora, si è riunito in sedi diverse e anonime pur di non mostrarsi, non ricevere gente e non stringere mani. Ah, le mani… “La cosa veramente stressante – racconta Matteo Cosenza, direttore del Quotidiano di Calabria – è l’intreccio familistico. È continuo, ripetuto. In ogni occasione, qualunque sia la posta in gioco, la devianza sociale si manifesta attraverso questa suprema logica da clan”.
La Calabria conta due milioni di abitanti, lunga e stretta, montagne e mare. Non ha strade, non ha acqua, non ha industrie. “Aggiunga quell’altro che non ha: non ha uno scrittore affermato che la racconti, non ha una storia che l’abbia resa grande. La Calabria è la regione del senza: senza questo e senza quello. Comandano gli invisibili: massoneria deviata che guida le ali criminali della ‘ndrangheta. Collusioni vaste della politica che subisce, dell’imprenditoria che accetta il dominio perché la malavita forse presta capitali con tassi meno alti delle banche. Anche la magistratura a volte esibisce il volto del connivente e non del controllore”. Parla Salvatore Boemi, oggi è il suo ultimo giorno alla direzione distrettuale antimafia: “Da domani sarò retrocesso a sostituto. Così vuole la legge. Vent’anni di onorato servizio, non sono valsi a nulla. Devo tornare in corsia”.
È così capillare la disfatta e clamorosa la resa che anche i rimedi sono difficili da approntare. Da pochi mesi, finalmente, una persona degna, un ingegnere dalla moralità finalmente specchiata, guida la burocrazia che deve distribuire le risorse pubbliche, miliardi di euro, raccolti grazie all’aiuto straordinario dell’Unione europea. Si chiama Salvatore Orlando: “I soldi ci sono però non siamo in grado di utilizzarli. I piani di sviluppo sono buoni solo a caricare il bancomat. Ma poi è tutto un corri corri. La politica non ha qualità, e mostra tutto il suo disinteresse verso il bene comune”.
La clientela come centro motore dell’autoconservazione, i soldi come unico strumento a intercettare il consenso. I soldi in Calabria non servono a costruire ma a demolire. Un circuito dannato che nessuno ha la forza di spezzare. Ma quanto è lunga questa notte? Pippo Callipo ha un’azienda modello (trasformazione del tonno) nel vibonese che fattura 40 milioni di euro e dà lavoro a 200 persone.
Una personalità così forte da averlo proiettato alla guida della Confindustria regionale. Il suo furore contro la ‘ndrangheta e il malcostume politico gli è valso l’isolamento sociale: “Un imprenditore che si fa vedere con me passa non uno ma dieci guai. Però io resisto. La Calabria è viva, subisce il tradimento della sua elite ignorante e famelica. Lo Stato in Calabria chi lo conosce? La legalità dov’è? Dov’era la magistratura? Dove la polizia? Solo da due anni le cose sono cambiate. E i risultati si vedono”.
Il nome di Callipo è in campo per le prossime elezioni: “Sto pensando a un terzo polo. Dobbiamo fare qualcosa per resistere. Dobbiamo avere la forza di indignarci, di non avere paura. Con l’aiuto dello Stato aprirò altre due aziende, ho investito dieci milioni di euro proprio qui, nel vibonese. La Calabria non è popolata da mummie: adesso è il tempo di provare questa nuova avventura. Sarà un grande movimento di insubordinazione civile, l’unico possibile. Malgrado tutto quello che ho passato, l’unica cosa che voglio fare è non crepare dominato dal malaffare”.
Non crepare. Resistere. A Vibo Valentia come a Lamezia Terme c’è il più alto indice di sportelli bancari, la più elevata concentrazione di centri commerciali. Il sintomo di un’economia dopata da canali di approvvigionamento illegali. Eppure a Lamezia, la città posseduta dai clan, è stato eletto sindaco un uomo dal curriculum integro. Si chiama Gianni Speranza: “Non ho una maggioranza, non ho tessere, quel poco di potere l’ho ricevuto dal voto. Io lo spendo nelle piccole cose, ma è già tanto qui fare un marciapiede, tentare di pavimentare una piazza. Restare integro e convinto che, malgrado tutto, sei lì per servire. Lo so che fa un po’ ridere…”.
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da repubblica.it
Piazze, adunate e cortei
il piacere di marciare su Roma
di FILIPPO CECCARELLI
Corteo fascista nel Ventennio
“Se non ottenessimo presto di andare al voto, milioni di italiani si riverserebbero a Roma…”. Toh, eccone un altro. Stavolta è Silvio Berlusconi l’aspirante marciatore su Roma, l’ultimissimo a coltivare questa secolare suggestione della domenica.
Milioni e milioni: il linguaggio dell’audience contro quello della realtà. Così, tanto per distendere il clima. Basta saperlo, comunque. Il penultimo a minacciare la marcia su Roma fu il suo alleato Umbertone Bossi. Cominciò nel 1992 e anche per lui l’enfasi numerica opportunamente sfondò il buonsenso e la legge sull’impenetrabilità dei corpi: “Non basteranno tutti i vagoni delle ferrovie”. Così quando qualche anno dopo, per andare finalmente a “bruciare il Colosseo” fu sufficiente un solo treno, con qualche ironia ribattezzato “Nerone Express”, il temerario proposito si risolse in una specie di surreale scampagnata.
In questo, e tanto più nel pieno di una crisi di governo, Roma funziona come magnifico fondale. Checché se ne possa pensare, i suoi abitanti hanno sempre un mucchio di cose dietro le quali correre e più di qualsiasi milionario riversamento di folle, i romani temono il traffico. Se questo si mantiene entro certi limiti, pur restando del tutto indifferenti ai contenuti delle periodiche invasioni, possono apparire perfino amichevoli. Con il che, dopo aver il senatùr Bossi annunciato che rispetto alla sua quella di Mussolini sarebbe apparsa “una cagatina”, il futuro ministro Castelli si potè fare una foto ricordo al Pincio, sulla statua dell’Alberto da Giussano, quello con lo spadone che Bossi aveva scelto come stemma della Lega, pare ispirato dal marchio delle bici Legnano.
Il punto è che Roma non solo si lascia felicemente minacciare, ma sembra nata per infuocare la fantasia di generazioni e generazioni di marciatori, pronti a essere a loro volta paralizzati, previo opportuno e sollazzevole sfiancamento, dalla Città Eterna. Da questo punto di vista, l’insofferenza elettoralistica di Berlusconi va commisurata alla tipica frenesia con cui di recente si è sforzato di sistemare attrici e attricette alla Rai, per giunta; come pure si accompagna all’ormai cieca inquietudine che porta il leader lombardo del centrodestra ad acquistare a prezzi pazzeschi curiosi cimeli da un congruo numero di astuti antiquari capitolini. Tipico, questo, di conquistatori compulsivi e replicanti. Ma la tentazione di arrivare qui alla guida delle masse, come si diceva, è quella.
E’ storia antica assai, uno sfolgorio di archetipi storiografici: ambiziosi generali imperiali, re gotici coperti di pelli, papi assennati o di provata malvagità, lanzichenecchi luterani ben disposti allo scontro di civiltà. “Cingimi o sole, d’azzurro, di sole m’illumina, o Roma”. Comunque qui tutti vogliono arrivare, compresi quelli che come il Cavaliere ci stanno già da un bel pezzo. A’ Cavalié! E arrivarono i frati zoccolanti, menacciutissimi peraltro, e un po’ zozzoni. I bersaglieri di La Marmora. I burocrati piemontesi. Le speranze laiche di Quintino Sella sulla erigenda capitale della Scienza, te la saluto.
E tuttavia per comodità di memoria “la marcia su Roma” resta quella di Mussolini, che infatti non vi partecipò, arrivando il giorno dopo in vagone letto. Era il 1922. Una mitragliatrice sulla torre di Ponte Milvio, sopra gli attuali lucchetti dell’amore. Fili spinati sulla via Flaminia. Sole che sorgi. Passa un lustro e gli impiegati dei ministeri rivendicano il diritto alla pennichella. Ne passano due e Leo Longanesi una domenica mattina intravede un conoscente in alta uniforme, camicia nera, fez, mostrine col teschio, pugnale, stivaloni e un vassoio di pastarelle, con frivolo nastrino ciondolante sul dito mignolo.
Sono immagini perfino note. Una ispirazione. Un’attitudine. Un andazzo. Figurarsi una richiesta di elezioni. Al principio degli anni novanta, giusto il giorno dell’anniversario della presa di potere del futuro Duce, il giovane Fini si trovò pure lui a guidare qualche migliaia di scalmanati e nostalgici convenuti da tutta Italia sotto lo storico balcone. Saluti romani. Pioveva e questo non aiutava la viabilità, che in questi casi diventa il problema dei problemi.
“Se non otteniamo il voto – insiste Berlusconi – credo che milioni di persone andranno a Roma”. Mai una volta che si resista alle sirene della dismisura, sempre ci si abbandona alla sindrome del numero che si moltiplica. Eppure non erano tantissimi i soldati americani che arrivarono a liberare l’Urbe sui loro giganteschi tanks, gettando pane, carne in scatola, caramelle e sigarette. Né mai furono milionarie le folle che nel corso del tempo si sono via via rovesciate per le vie della capitale per le loro indispensabili “marcette” provvisorie e tematiche: i Col diretti dopo le manifestazioni, con i loro cestini, i loro “fagotti”, sui prati davanti al Colosseo; i metalmeccanici con i fischietti e i tamburi che negli anni settanta diedero la sveglia a Enrico Berlinguer (Forattini lo raffigurò in vestaglia, i capelli imbrillantinati, una tazza di tè in mano: vignetta che fece scandalo nel mondo comunista, cui diede voce lo storico Paolo Spriano).
E poi i vari movimenti giovanili, i pensionati, i pacifisti arcobaleno, gli alpini, i fedeli di Padre Pio e quelli del Beato Escrivà, i pellegrini dell’Anno Santo e quelli del Papa morente, i gay del Pride, i Family Day.
Tutti sempre a marciare su Roma, città fatta per essere attraversata. In lungo e in largo il popolo berlusconiano l’ha percorsa già due o tre volte, le telecamere sugli elicotteri, le polemiche sulla diretta. La crisi di governo e il richiamo preventivo alla piazza televisiva. La crisi di sistema e la fatica di ritrovarsi ogni volta al punto di partenza.
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Comunicato stampa sulle dimissioni dell’assessore al Bilancio del comune di Tivoli
Non è la prima delega riconsegnata al sindaco Vincenzi con motivazioni di carattere personale.
Quest’ultima però assume una particolare rilevanza dal momento che l’ex assessore Picarazzi è il candidato sindaco indicato da Vincenzi, e dalla sua maggioranza consigliare, per le prossime amministrative.Ora nelle mani del sindaco sono concentrate deleghe fondamentali per la gestione del territorio come il Bilancio, il Patrimonio, l’Urbanistica, l’Edilizia Privata, i Lavori Pubblici e le Manutenzioni.
A questo punto ci chiediamo se sarà il sindaco a rispondere in aula ed alla città ai quesiti posti sulla situazione del bilancio comunale.
Italia dei Valori
Partito Socialista – Costituente Socialista
Sinistra Democratica
Partito della Rifondazione Comunista