IL FILO DI ARIANNA di TRIPLAG..il filo per non perdersi nella realtà


*La Palestina scende in campo. Prima partita in casa della nazionale palestinese di calcio
Domenica, Ottobre 26, 2008, 10:54 pm
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Calcio: prima partita “in casa” per la Palestina, 1-1 con la Giordania
AL-RAM (Cisgiordania) – “Una vittoria per il calcio”. Cosi’ il presidente della Fifa, Joseph Blatter, ha definito l’evento che si e’ consumato oggi allo stadio Al-Husseini, nella citta’ di Al-Ram, nelle vicinanze di Ramallah, dove la Palestina ha disputato la prima partita ufficiale nei Territori dal giorno dell’affiliazione della sua Federazione alla Fifa, avvenuta nel 1998. La nazionale palestinese ha pareggiato 1-1 con la Giordania. Proprio Blatter, presente al match, ha inaugurato lo stadio insieme ad altre autorita’. “Il calcio e’ molto di piu’ che un semplice correre dietro al pallone”, ha commentato Blatter. “L’obiettivo non e’ solo fare gol, ma stare in contatto con la realta’ del globo e costruire un futuro migliore”.


*Scuola: barricate contro la Germini
Domenica, Ottobre 26, 2008, 7:19 pm
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da repubblica.it

 

I quattro giorni di fuoco della scuola
Legge al voto e blocco totale

Il Senato vota alla vigilia della mobilitazione. I Cobas: lo bloccheremo con i sit-in

ROMA - Una domenica senza notizie clamorose, ma con molte scuole che restano occupate, molte aule universitarie teatro di assemblee e gruppi di studio fino al ‘grande ricevimento’ offerto dagli studenti delle facoltà scientifiche della Sapienza di Roma per le loro famiglie, per spiegare i motivi della protesta. E anche mille piccole iniziative spuntate ovunque, secondo l’indicazione generale di questo movimento, di comunicare e fare notizia nei modi più imprevedibili fino ai lenzuoli con l’ormai famoso “Non pagheremo la vostra crisi” spuntati qua e là dai balconi di molti case della capitale.

La mobilitazione insomma “percorre il paese come una grande ‘ola’ e passerà per Roma nella più grande manifestazione per la scuola che la nostra memoria ricordi”. La sintesi di quel che accadrà nei prossimi giorni è nelle parole del leader della Flc-Cgil, Mimmo Pantaleo. Una sola voce fra le mille che animano la protesta. E che si sono date appuntamento a Roma il 30 ottobre, giorno dello sciopero generale, per una grande manifestazione. Giovedì incroceranno le braccia gli aderenti alla Flc Cgil, Cisl e Uil Scuola, Snals Confsal e Gilda degli insegnanti. E il mondo universitario e della ricerca, in aggiunta, ha già attivato le procedure per una giornata di sciopero il 14 novembre. Un raro sciopero di quasi tutte le organizzazioni sindacali, ancora più irritate dalla decisione di provare a dare il via libera alla legge proprio il giorno prima, senza risposte alle ripetute richieste di confronto (in particolare il segretario della Cisl Bonanni ha ripetuto più volte di essere pronto a fermare l’astensione dal lavoro in presenza di una convocazione al Ministero)


La protesta contro il decreto Gelmini continua a espandersi con forme, modalità e colori diversi. Il fallimento del dialogo con gli studenti, aperto dal ministro dell’istruzione Mariastella Gelmini ma al grido di “il decreto resta” (e si vota al Senato il 29) non ha fatto che aplificare il dissenso. Inizia così una nuova settimana di mobilitazioni “per bloccare la distruzione della scuola e dell’università messa in atto dal governo”.

La Rete degli Studenti Medi informa che nei primi tre giorni della settimana, in tutta Italia, ci saranno scioperi e notti bianche, che si concentreranno ancora una volta nei giorni di approvazione del decreto 137 al Senato. “Dopo lo slittamento ottenuto il 23 ottobre, cercheremo ancora una volta di bloccare i lavori parlamentari. La Gelmini ci ha detto che lei vuole andare avanti, che non si fermerà. Noi le rispondiamo che ‘Avanziamo Diritti’, non ci fermiamo e continueremo a chiedere una scuola e un’università nuovi, in grado di darci un futuro”.
Lunedì, martedì e mercoledì, dunque, scioperi, autogestioni con pernotto, notti bianche e lezioni all’aperto a Torino, Perugia, Roma, Firenze e Palermo. Per giovedì 30, invece, oltre alla partecipazione alla manifestazione di Roma, la Rete degli Studenti Medi annuncia cortei a Torino, Padova, Palermo e Genova.

E dalle università continuano a giungere appuntamenti che appaiono propedeutici al blocco della didattica in molte altre facoltà (spesso con l’appoggio dei docenti) se non di possibili occupazioni. Un asettimana di fuoco, dunque. E la parola può passare solo alla cronaca, dal momento che le giornate appena concluse hanno mostrato che l’Onda spunta dove meno te l’aspetti, ma anche che si scontrerà con il primo grande scoglio: la probabile approvazione della legge Gelmini giovedì 29.



*I pianisti al Senato: Schifani riprende il PdL
Venerdì, Ottobre 24, 2008, 8:25 am
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Schifani bacchetta senatori Pdl
“Basta pianisti, avete i numeri…”

Il presidente ha raccolto la protesta che si era levata dai banchi dell’opposizione
“Smettetela, anche perché i numeri sono a favore della maggioranza”

 

 

ROMA – Alla fine, davanti ad una così palese violazione del regolamento da parte dei “pianisti” della Pdl, il presidente del Senato, Renato Schifani non si è trattenuto: “Insomma, vi è una differenza di voti non indifferente, vi invito a non attuare comportamenti non consoni a un parlamentare”.

Lo sfogo del presidente era tutto indirizzato verso i banchi di quella maggioranza da cui proviene. Una reprimenda di un comportamento, quello di chi vota per il collega parlamentare assente, che più volte è stata la centro delle polemiche. E oggi, resa ancor più significativa dalla disparità di numeri a favore del centrodestra in Aula.

E così, davanti alle ripetute “votazioni multiple”, dai banchi del Pd si sono levate voci di protesta. Al punto che, durante le votazioni agli emendamenti al decreto legge Gelmini, Schifani è stato costretto a intervenire. “Ci sono almeno 15 posti vuoti dove non c’è un senatore”, attacca Giovanni Legnini del Pd rivolto al presidente. Che, seccato perché i pianisti sembrano non retrocedere, si rivolge ai banchi della maggioranza e dice: “Vi è una differenza di voti non indifferente, vi invito a non attuare comportamenti non consoni a un parlamentare”. Quindi invita i commessi d’aula a effettuare controlli “rigorosissimi”.



*Germania: lo stato pagherà le vittime dei nazisti
Martedì, Ottobre 21, 2008, 6:16 pm
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Stragi naziste, ‘Germania risarcisca’
La Cassazione condanna Berlino

La decisione apre la strada ad almeno 10.000 cause di vittime del Terzo Reich

 

ROMA – La Germania dovrà risarcire nove familiari delle vittime della strage di Civitella, Cornia e San Pancrazio in provincia di Arezzo, dove il 29 giugno 1944 i nazisti uccisero 203 persone tra uomini, donne e bambini. Lo ha stabilito la Cassazione respingendo il ricorso con il quale la Germania contestava di poter essere chiamata a risarcire danni a suo avviso già ‘coperti’ dal trattato del 1947 e dagli accordi di Bonn del 1961. La decisione apre la strada a circa 10.000 cause di vittime del nazismo.

I giudici della prima sezione penale della Suprema corte, dopo diverse ore di camera di consiglio, hanno di fatto condiviso le conclusioni del sostituto procuratore generale Roberto Rosin che aveva chiesto di respingere il ricorso e confermare la condanna della Germania “in solido” con l’ex sergente Max Josef Milde.

Milde è stato condannato all’ergastolo, nel dicembre 2007, per la strage del ‘44 i nazisti uccisero 203 persone tra uomini, donne e bambini. Tra le vittime anche il parroco di Civitella, don Alcide Lazzari, al quale è stata poi conferita la medaglia d’oro al valore civile. Alcune delle donne vennero anche violentate prima di essere uccise. Già i magistrati militari, oltre a condannare Milde, avevano previsto per i nove familiari costituiti parte civile nel processo un risarcimento complessivo di un milione di euro. Si tratta dei parenti di due soltanto delle oltre 200 vittime. La sentenza, inoltre, dispone che dell’obbligo di risarcire le parti civili rispondano “in solido” sia l’imputato sia lo stato tedesco. Contro questo principio di responsabilità congiunta, che non ha precedenti nella giurisprudenza, la Germania si era appunto rivolta alla Cassazione.

Il ricorso tedesco si concentrava, in sostanza, su due punti: l’immunità e il difetto di giurisdizione della magistratura italiana. Il pg Rosin, nel corso della requisitoria ai giudici della Cassazione, ha replicato che “l’immunità rivendicata dalla Germania non si applica nei casi di crimini contro l’umanità”. Per quanto riguarda la giurisdizione, lo Stato tedesco ha fatto riferimento al trattato di pace stipulato con l’italia nel 1947 e alla successiva convenzione di Vienna del 1961. “Accordi internazionali – ha sottolineato il pg – che non includono i danni morali per le stragi naziste ma solo per ebrei deportati”.

Già il tribunale militare di La Spezia, nell’ottobre del 2006, in occasione della condanna in primo grado per l’ex sergente Milde, aveva previsto l’obbligo per la Germania di risarcire le parti civili. La condanna all’ergastolo per l’ex sergente, che faceva parte della banda musicale di una divisione dell’esercito tedesco, è ormai definitiva in quanto non è stato presentato alcun ricorso contro la sentenza d’appello.

E’ la prima volta che la Cassazione stabilisce il principio secondo il quale un paese può essere chiamato in giudizio, in sede penale, per la responsabilità civile. Una decisione che a questo punto aprirà la strada quantità esorbitante di risarcimenti se si considera che i deportati statisticamente si aggirano intorno alle 600.000 unità. “Più o meno – ha affermato l’avvocato che rappresentava in Cassazione la Germania Augusto Dossena – le cause per chiedere il risarcimento potrebbero aggirarsi intorno alle 10.000. Ma con questa decisione nessuno Stato andrà ad impegnarsi per i risarcimenti perché l’azione del singolo li blocca”.



*La piazza sveglia il PD: l’opposizione esce dall’ombra

da repubblica.it

 

Scuola, fascismo e crisi economica
Veltroni all’attacco del governo

“In un consiglio municipale due esponenti del Pdl hanno fatto il saluto romano”
“La manifestazione del 25 ottobre esprimerà il disagio di un Paese che vuole cambiare”

 

ROMA – “So per certo che molte scuole chiuderanno e questa riforma favorirà la dispersione scolastica. Hanno fatto tagli agli unici due settori dove non si dovevano fare: scuola e sicurezza”. Duro attacco al governo da parte del segretario del Pd. Walter Veltroni, partecipando ad un comizio presso il circolo del Pd nel quartiere romano di San Basilio, ha parlato di un “brutto clima” nel Paese. “E non solo dal punto di vista dei valori – ha sottolineato il leader del Partito democratico -. Cosa vuol dire che un immigrato non può stare in classe con gli italiani, queste classi differenziate sono un atto di chiusura che farà crescere gli immigrati nell’odio. Non ci si ricorda che noi siamo un Paese di immigrati. Si vuole instillare il seme dell’odio”.

Gelmini: “Sembriamo di sinistra”. “Questo governo sembra essere un governo di sinistra per come ha a cuore i bisogni della gente”, aveva detto in precedenza il ministro dell’Istruzione, Maria Stella Gelmini, nel corso di un intervento al convegno della fondazione ‘Magna Carta’ a Norcia. Il ministro ha difeso punto per punto la riforma della scuola a partire dal maestro unico. Una formula – ha detto – che “esiste in tutti i paesi europei, mentre il cosiddetto modulo è una anomalia tutta italiana”.

Maria Stella Gelmini ha difeso il voto in condotta, che ha assicurato “non ha volontà sanzionatoria”. Ha assicurato che non sarà tagliato il tempo pieno: “Durante le ore di lezione ci sarà un solo insegnante e gli altri due – ha assicurato Gelmini – saranno ’spalmati’ in altri orari”.


Secondo la Gelmini sulla riforma della scuola “si stanno raccontando molte bugie: si è detto addirittura che ci saranno 87 mila licenziamenti”. Frutto di disinformazione, secondo il ministro, anche le polemiche sulle classi ponte per gli immigrati, proposte in una mozione della Lega: “non si tratta di ghettizzare nessuno ma di affrontare il problema dell’aiuto verso chi viene da un paese straniero: sto cercando risorse per fare dei corsi di lingua italiana per i bambini immigrati in difficoltà”.

Fascismo. Ma Veltroni, nel corso del suo comizio a Roma, ha parlato anche del rischio fascismo. “Pensate – ha detto il leader del Pd – che in un consiglio municipale due esponenti del Pdl hanno fatto il saluto romano: è il simbolo con il quale venivano prese molte persone e portate alle Fosse ardeatine. E’ il saluto con il quale torturavano a via Tasso”. Poi Veltroni ha ricordato le polemiche sull’antifascismo: “Non voglio vivere in un Paese in cui il presidente del Consiglio a chi gli chiede dell’antifascismo risponde che lui ha da lavorare. L’antifascismo è un valore fondante della nostra democrazia”.

Crisi economica. Veltroni ha anche ribadito le proprie preoccupazioni per la situazione economica: “Il Paese è fermo, gli annunci roboanti stanno a zero. Le piccole e medie imprese sono in difficoltà, se si fermano loro il rischio è che si fermi il Paese. Delle cose che ha detto Berlusconi, una è davvero inaudita: che non ci saranno effetti della crisi sull’economia reale. Ovvio che ci sono, c’è il rischio di recessione”. Proprio per questo, Veltroni chiede “correzioni al decreto per introdurre maggiori garanzie per le pmi e maggiore tutela ai rischi di cassa integrazione”.

Tasse. “Dov’è la riduzione delle tasse? Il governo non ha alibi – ha incalzato il numero uno del Pd -, quando hanno iniziato a governare la situazione era buona, ma loro dicono che le diminuiranno nel 2014 quando non saranno più al governo”. Veltroni ha ricordato come l’esecutivo su Alitalia “ha buttato via 1,5 miliardi di euro che potevano essere pagati da Air France, ai quali vanno sommati i 2 miliardi di euro per l’Ici: insieme facevano una bella cifra che poteva essere utilizzata”.

La manifestazione del 25. Quanto alla manifestazione del 25 ottobre: “Sarà grande, serena e forte, forte perché verrà per unire il Paese. Una manifestazione di popolo che esprimerà il disagio di un Paese che vuole cambiare”.

“Le cose stanno già cambiando – ha continuato Veltroni – speriamo che il voto negli Usa renda il cambiamento più rapido. L’Italia comincia ad accorgersi della realtà drammatica di un Paese che non ha più bisogno di chiacchiere e favole, ma un drammatico bisogno di cambiamento”.
“C’è la realtà di un Paese in sofferenza – ha concluso Veltroni – che fa fatica ad arrivare a fine mese: non vorrei che parlassimo d’altro, vorrei dare voce al disagio che cresce”.



*A chi interessa la Corte Costituzionale?
Venerdì, Ottobre 17, 2008, 8:29 am
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estratto da repubblica.it

 

D’Alema attacca: “No Pecorella”. In attesa di capire meglio quale sarà la conclusione della vicenda, Massimo D’Alema attacca: “Per quanto riguarda l’elezione dell’avvocato Pecorella nella Corte Costituzionale c’è un impedimento oggettivo. C’è infatti una richiesta di rinvio a giudizio e ci troveremmo per la prima volta ad avere un indagato nella Corte Costituzionale. Questa situazione richiede che il centrodestra indichi un altro candidato e noi lo voteremo”.

“Accuse da pentito inattendibile”. Pecorella reagisce e, per far capire che non esiste “alcun impedimento istituzionale” nei suoi confronti, come sostenuto dal Pd, scrive una lettera ai presidenti della Camere Gianfranco Fini e Renato Schifani. Non solo non ci sarebbe stato alcun bisogno di chiedere l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti nel caso fosse cominciato il processo a Milano, precisa – perché se l’autorizzazione a procedere non esiste più nei confronti dei parlamentari non esiste più neanche nei confronti dei consiglieri della Corte – ma le accuse di favoreggiamento che gli sono state mosse arriverebbero da un “pentito definito inattendibile dagli stessi magistrati”.

Berlusconi: “Alla gente non frega niente”. Nella stessa maggioranza si spiega però che, sebbene Pecorella continui a essere il candidato ufficiale, è chiaro che per sbloccare la situazione si dovrà guardare altrove. Non si può continuare a tenere il Parlamento fermo in un momento come questo e da martedì sono in calendario provvedimenti considerati troppo importanti dal governo per accettare ancora soste forzate. Sul punto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi da Bruxelles è chiarissimo: “Alla gente del giudice della Consulta – afferma ai cronisti – non gliene può fregare di meno”.



*Taranto: chiedono il pizzo per far girare un film. La Wertmuller abbandona la città.
Martedì, Ottobre 14, 2008, 8:18 am
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da repubblica.it

 

Niente ciak senza pizzo
Wertmuller via da Taranto

di MARIO DILIBERTO

ARANTO – La mala di Taranto voleva imporre il pizzo a Lina Wertmuller. Per continuare a filmare i vicoli della città vecchia bisognava sborsare 50.000 euro in contanti. Ma lei, piuttosto che pagare, ha preferito abbandonare la città pugliese.

La regista aveva scelto le strette viuzze del borgo antico di Taranto per i ciak del suo film “Mannaggia alla Miseria”. Doveva restare in città un’altra settimana, ma di fronte al ricatto della mala ha deciso di cambiare programma. Girerà nella vicina Brindisi le ultime riprese pugliesi del suo film. E così sabato pomeriggio, scortata dalla polizia, la troupe ha abbandonato Taranto in fretta e furia.

Soltanto poche ore prima gli emissari dei signori del pizzo si erano presentati sul set. Mentre la Wertmuller si apprestava a conquistare i vicoli spagnoleggianti del borgo antico, hanno ufficializzato il diktat: pagare per lavorare.

La notizia ha fatto ben presto capolino tra cineprese e microfoni, turbando la Wertmuller ed i suoi collaboratori. La regista è innamorata di Taranto sin da quando, in quelle viuzze, girò “Io speriamo che me la cavo”. Ma questa volta la città pugliese le ha riservato un’amara sorpresa. Tra un ciak e l’altro il direttore di produzione è stato minacciato. Per far filare tutto liscio occorreva scucire quei 50.000 euro. Poco dopo la richiesta è stata abbassata a 20.000 euro. Regista e troupe non hanno voluto cedere. Niente compromessi con la mala, meglio abbandonare. E così è stato.

Il responsabile di produzione ha contattato la polizia e l’assessorato regionale agli spettacoli e al turismo. La giornata di sabato è trascorsa tra febbrili colloqui istituzionali. Il prefetto e il questore di Taranto hanno tentato di convincere la produzione a non gettare la spugna. È stata offerta protezione, ma ormai la serenità del gruppo di lavoro di Lina Wertmuller era compromessa. Quindi meglio fare i bagagli.

Le attrezzature sono state smontate a tempo di record e caricate sui camion sotto gli occhi vigili della polizia. Poi il lungo serpentone di tir e furgoni, preceduto dalle staffette delle forze dell’ordine, si è allontanato da Taranto in direzione Brindisi. Prontamente sono scattate le indagini per dare un volto ai responsabili di quanto accaduto. La squadra mobile tarantina ha già imboccato una pista ritenuta affidabile e potrebbe chiudere il cerchio in poco tempo.

Ieri, non appena si è diffusa la notizia del tentativo di estorsione, il governatore della Puglia Nichi Vendola ha telefonato alla regista per scusarsi a nome dei pugliesi. L’agenzia regionale Apulia Film commission, inoltre, si è attivata per garantire il proseguimento in Puglia del lavoro della regista.


*4.000 scuole in meno: l’Italia avanza nel nuovo millennio in retromarcia
da repubblica.it

Spunta a sorpresa l’accorpamento degli istituti con meno di 50 alunni
Colpite le isole e i paesi montani. Mercedes Bresso: “Solo in Piemonte 816 in meno”

Nel decreto sanità i tagli alle scuole
in un anno possono sparirne 4mila

La Gelmini tranquillizza: “Sono bugie della sinistra. Nessuna riduzione”
di SALVO INTRAVAIA

Le scuole nelle piccole isole e nei piccoli comuni montani potrebbero sparire già dal prossimo anno. In poche settimane, infatti, le Regioni dovranno predisporre i Piani di dimensionamento della rete scolastica. Il diktat del ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, alle autonomie locali arriva “nascosto” in un provvedimento che apparentemente non ha nulla a che vedere con la scuola: il decreto-legge 154 dal titolo “Disposizioni urgenti per il contenimento della spesa sanitaria e in materia di regolazioni contabili con le autonomie locali” ha l’intero articolo 3 dedicato alla riduzione delle istituzioni scolastiche sottodimensionate. Il tutto in linea con il Piano che detta le regole per tagliare in un triennio 132mila posti.

Per effettuare i poderosi tagli imposti dal collega dell’Economia, Giulio Tremonti, sulla scuola occorre mettere mano alla rete scolastica. Infatti, accorpare due scuole con meno di 500 alunni consente di tagliare almeno un posto di dirigente scolastico e uno di direttore dei servizi amministrativi (l’ex segretario). Per ridisegnare la mappa delle istituzioni scolastiche il decreto dà tempo alle Regioni fino al 30 novembre prossimo. Ma non solo. Le amministrazioni che dovessero risultare inadempienti, dopo appena 15 giorni, verranno “sollevate dall’incarico”.

La Gelimini però tranquillizza puntando l’indice contro l’opposizione che dice “bugie”: “Non ci saranno la paventata chiusura di 4000 istituti, né il taglio degli insegnanti di sostegno, né l’attacco all’autonomia degli enti locali. Sono falsità che la sinistra tenta di usare per fare disinformazione”.


Dichiarazioni che non placano le polemiche. A partire dall’ex ministro dell’Istruzione Giuseppe Fioroni, Pd: “Hanno cominciato con le scuole sotto i 500 alunni, domani toccherà a quelle con meno di 300 finora coperte da deroga, per arrivare poi al taglio degli insegnanti di sostegno”. Critico anche il presidente della regione Piemonte, Mercedes Bresso e l’assessore all’istruzione, Gianna Pentenero denunciano: “Così il governo ha deciso di tagliare 816 scuole solo in Piemonte”. Gli fa eco l’assessore all’istruzione della regione Umbria Maria Prodi, preoccupata che così “la scuola sarà agonizzante, senza risorse, penalizzata da tagli imposti senza alcuna ragionevolezza”.

In tutto il territorio nazionale sono 4.200 i plessi con meno di 50 alunni. Rischiano di ritrovarsi senza scuola i bambini di tanti piccoli centri di montagna e delle piccole isole: Capri, Favignana e dell’arcipelago delle Eolie.

Per chiarire meglio la questione è opportuno citare qualche dato. Il servizio scolastico statale, in Italia, è erogato da 10.760 istituzioni scolastiche che si articolano sul territorio in 41.862 scuola (plessi, sedi centrali e distaccate, succursali). Per ridurre la dotazione di dirigenti scolastici, dei segretari e del personale Ata basta smembrare e accorpare ad altri istituti le istituzioni scolastiche che, ai sensi di una norma del 1998, risultano sottodimensionate: con meno di 500 alunni. In tutta la Penisola, secondo i conti fatti da viale Trastevere, ce ne sarebbero quasi 2.600: il 24 per cento.

La stessa norma consente ai soli istituti comprensivi (di scuola dell’infanzia, primaria e media) ubicati in piccole isole e zone di montagna di scendere fino a 300 alunni, ma non oltre. Attualmente, da Nord a Sud, ci sono sparse nei centri più arroccati o nelle isole più piccole del Paese oltre 600 istituzioni scolastiche con meno di 300 alunni, che le regioni dovrebbero cancellare. Per la verità, la stessa norma stabilisce che gli istituti con oltre 900 alunni andrebbero suddivisi in due (o in tre) per evitare situazioni di estrema complessità. Ma nel Piano della Gelmini degli oltre 2.600 istituti “over size” non si parla.



*E il vento soffia ancora! Si alzano le voci della piazza

da repubblica.it

 

Contro la legge che garantisce l’immunità alle 4 più alte cariche dello stato
l’Idv e Sinistra raccolgono in un giorno 250 mila firme a Roma e in altre 655 città

Firme e cortei contro Lodo e governo
Di Pietro: “No alla dittatura del Bagaglino”

Il corteo di Prc, Verdi, Sd e Pdci: “Siamo 300 mila”. Ferrero (Prc): “Oggi è la fine della ritirata”
Il Guardasigilli pronto a difendere “anche in piazza” la legge che porta il suo nome
di CLAUDIA FUSANI

ROMA – Bisognerebbe guardarla dall’alto, oggi, Roma, con microfoni lunghi che arrivano giù, fino in fondo, in terra, tra i sanpietrini di piazza della Repubblica intorno alle 14 quando si riunisce il popolo della sinistra che riparte in marcia, insieme ma non unito. O in piazza Navona dove dalle 11 del mattino sotto sette gazebo con le bandiere dell’Italia dei valori i volontari raccolgono le firme contro il lodo Alfano.

Bisognerebbe guardarla dall’alto, sempre con microfoni lunghi e potenti, per ascoltare tutte le voci e capire il significato di un giornata come questa, 11 ottobre, tra le forze di opposizione di questo paese. Parlamentari ed extraparlamentari.

La fotografia dall’alto dice una cosa molto chiara: l’opposizione c’è, anche senza Pd; c’è la sinistra radicale, ed è numerosa e piena di voci anche se afona in Parlamento – e questo è qualcosa che fa anche venire un po’ di brividi – non sa ancora bene, però, dove andare e come aggregarsi. Trecentomila da tutta Italia (ventimila dirà la questura) si sono mossi in corteo con le bandiere rosse e i cori di “Bella Ciao” da piazza della Repubblica fino alla Bocca della Verità, una piazza troppo piccola per contenerli tutti. Oltre 30 mila persone hanno firmato per il referendum abrogativo del lodo Alfano in piazza Navona e 250 mila in tutta Italia in 665 piazze. Tanti, tantissimi, con una piattaforma condivisa: sì alla legalità; no alla “dittatura dolce, da Bagaglino” con cui in pochi mesi “Berlusconi e questa maggioranza stanno occupando il Parlamento e il luoghi della democrazia” (Di Pietro). Uniti, quindi, dall’antiberlusconismo. Ma divisi su quasi tutto il resto: dove andare. E soprattutto con chi.

La sinistra antagonista. Con un tam tam quasi clandestino, oscurati dalle notizie della settimana sulla crisi finanziaria, della manifestazione organizzata oggi si sapeva poco o nulla. E pochi, alla vigilia, avrebbero scommesso sulla sua riuscita. E invece il popolo della sinistra ha risposto, numeroso, compatto, anche se preoccupato, teso. E’ stato un corteo per certi versi triste. “L’opposizione è nelle nostre mani, un’altra politica per un’altra Italia” recita lo slogan della manifestazione. Ma sembrano lontani i tempi delle gioiose fantasie di funamboli, artisti di strada e carri musicali che per anni hanno caratterizzato la sinistra in piazza. Oggi prevale la preoccupazione, la paura della povertà, la certezza di arrivare a mala pena a fine mese. La rabbia contro la riforma della scuola. Margherita ha 2 anni, il ciuccio in bocca, il babbo la porta in giro rigorosamente sul passeggino dove sono attaccati un sacco di cartelli che parlano per lei: “Mi spiace tanto per i grandi, non hanno più la sinistra”; “Ho due anni, io posso essere egoista”; “Che schifo di scuola mi fate fare”. Una ragazza ha realizzato un curioso collage con le facce di Berlusconi, Calderoli, Bossi, Gelmini e la scritta: “Proteggiamo gli scolari dai razzisti e dai somari”. Uno striscione in arrivo dalla Toscana recita: “Sì al dialogo? Ma vaffanc…”. Molte magliette, firmate Pdci, dicono: “Contro Berlusconi, legitittma difesa”.

Fin qui il popolo in marcia, unito dalle bandiere rosse, dai pugni alzati e dai cori “Bella Ciao”. Molto meno uniti sono i leader politici di questo popolo. L’Arcobaleno non c’è più, bocciato dalle urne del 13 aprile. Loro, i leader di Pdci, Rifondazione, Verdi, ci sono sempre ma non è ancora chiaro cosa faranno. Restano distanti nei luoghi: Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione apre il corteo. Nichi Vendola, sconfitto per due voti dal congresso, è parecchie centinaia di metri più indietro con Franco Giordano, Gennaro Migliore, Elettra Deiana. “Da oggi la sinistra rimette la testa fuori, oggi segna la fine della ritirata, è il punto di svolta” dice Ferrero che in realtà ha un sacco di guai all’interno del partito e della stessa maggioranza che lo sostiene. A chi parla Ferrero? Diliberto, che alla fine non salirà apposta neppure sul palco perché L’Arcobaleno non esiste più, la mette così: “Dieci anni fa, era l’11 ottobre 1998, abbiamo fatto la scissione con Rifondazione. Oggi, dieci anni dopo, siamo pronti a unirci di nuovo”. La grande casa comunista sotto la falce e il martello, ci mette dentro anche Ferrando (Pcli) e Sinistra critica. La disegna da luglio, Diliberto. Ferrero, però, non ha ancora preso la penna in mano.

Nichi Vendola tiene oggi a battesimo, “nella culla di questa manifestazione, l’associazione politica culturale “Per la sinistra”. Livia Turco e Vincenzo Vita, a sinistra nel Pd, lo salutano dal marcipiede di via Cavour, immagine che può dire tante cose: in fondo è al Pd che quella parte di Rifondazione deve guardare. Insieme a Claudio Fava e alla Sinistra democratica: c’entrano più poco o nulla loro con i comunisti. “Una parola indicibile” ha detto una settimana fa Bertinotti. Lo ha ripetuto oggi, marciando a braccetto di Sandro Curzi. “Ci siamo” dice l’ex presidente della Camera che indica quasi al corteo la sua nuova missione: “In questo deserto dei tempi l’importante è tornare protagonisti”.

Di Pietro: “Resistere, resistere, resistere”. Due manifestazioni distinte ma unite. La sinistra antagonista raccoglie oltre tremila firme contro il lodo Alfano. Le persone vagano da una piazza all’altra, da una manifestazione all’altra, le sentono loro, entrambe. Il ministro Alfano, dalla Sicilia, promette, che “andrà anche lui in piazza a difendere una legge giusta”. Di Pietro, che in piazza Navona è il padrone di casa oltre che il protagonista, organizza un happening molto più soft rispetto a quella dell’8 luglio che portò al culmine la distanza con il Pd. Oggi è diverso: “Salutiamo tutte le piazze che oggi si sono riempite contro il lodo Alfano”. E al Pd l’ex pm tende entrambi le mani: “Il 25 ottobre saremo in piazza con il Pd, le manifestazioni si fanno contro il governo che non deve raccontarci balle. Noi stiamo con chi si oppone a questo esecutivo che costringe i cittadini a essere sudditi”. Dalla piazza salgono applusi, applausi e applausi. E lui, citando Borrelli, il suo procuratore ai tempi di Mani Pulite, insiste: “Noi dobbiamo tutti insieme resistere, resistere, resistere. Almeno provarci a non farci fregare. A fare fronte comune contro la dittatura del Bagaglino”. Qua e là nella piazza c’è molto Pd. Con Gawronski, membro dell’assemblea costituente, Di Pietro va a firmare per il referendum. “Questa volta non mi faccio fregare da Berlusconi che è un furbacchione, questa volta non riuscirà a dividere l’opposizione”. Che tornando a guardarla, sempre dall’alto, alla fine di questa giornata, sembra vastissima. Pur mancando il grosso del Pd.



*Pacco, doppiopacco e contropaccotto: Berlusconi si inventa il Salva Manager

da repubblica.it

 

Sorpresa nel decreto Alitalia: reati non perseguibili se non c’è il fallimento
Ad accorgersene per prima Milena Gabanelli, l’autrice della trasmissione Report

Il governo salva Geronzi
Tanzi e Cragnotti

di LIANA MILELLA

 
ROMA – Un’altra? Sì, un’altra. E per chi stavolta? Ma per Cesare Geronzi, il presidente di Mediobanca negli impicci giudiziari per via dei crac Parmalat e Cirio. La fabbrica permanente delle leggi ad personam, col marchio di fedeltà del governo Berlusconi, ne produce un’altra, infilata nelle pieghe della legge di conversione del decreto Alitalia. Non se ne accorge nessuno, dell’opposizione s’intende, quando il 2 ottobre passa al Senato. Eppure, come già si scrivono i magistrati nelle maling list, si tratta d’una “bomba atomica” destinata a far saltare per aria a ripetizione non solo i vecchi processi per bancarotta fraudolenta, ma a bloccare quelli futuri.

Con un semplice, e in vero anche mal scritto, articolo 7bis che modifica la legge Marzano sui salvataggi delle grandi imprese e quella sul diritto fallimentare del 1942. L’emendamento dice che per essere perseguiti penalmente per una mala gestione aziendale è necessario che l’impresa si trovi in stato di fallimento.

Se invece è guidata da un commissario, e magari va anche bene come nel caso della Parmalat, nessun pubblico ministero potrà mettere sotto processo chi ha determinato la crisi. Se finora lo stato d’insolvenza era equiparato all’amministrazione controllata e al fallimento, in futuro, se la legge dovesse passare com’è uscita dal Senato, non sarà più così. I cattivi manager, contro cui tutti tuonano, verranno salvati se l’impresa non sarà definitivamente fallita.

Addio ai processi Parmalat e Cirio. In salvo Tanzi e Cragnotti. Salvacondotto per l’ex presidente di Capitalia Geronzi. Colpo di spugna anche per scandali di minore portata come quello di Giacomelli, della Eldo, di Postalmarket. Tutto grazie ad Alitalia e al decreto del 28 agosto fatto apposta per evitarne il fallimento. Firmato da Berlusconi, Tremonti, Scajola, Sacconi, Matteoli. Emendato dai due relatori al Senato, entrambi Pdl, Cicolani e Paravia. Pronto per essere discusso e approvato martedì prossimo dalla Camera senza che l’opposizione batta un colpo.

Ma ecco che una giornalista se ne accorge. È Milena Gabanelli, l’autrice di Report, la trasmissione d’inchieste in onda la domenica sera su Rai3. Lavora su Alitalia, ricostruisce dieci mesi di trattative, intervista con Giovanna Boursier il commissario Augusto Fantozzi, gli chiede se è riuscito a garantirsi “una manleva”, un salvacondotto per eventuali inchieste giudiziarie. Lui risponde sicuro: “No, io non ho nessuna manleva”.

Ma quel 7bis dimostra il contrario. Report ascolta magistrati autorevoli, specializzati in inchieste economiche. Come Giuseppe Cascini, segretario dell’Anm e pm romano dei casi Ricucci, Coppola, Bnl. Il suo giudizio è senza scampo. Eccolo: “Se la norma verrà approvata non saranno più perseguibili i reati di bancarotta commessi da tutti i precedenti amministratori di Alitalia, ma neppure quelli compiuti da altri manager di società per cui c’è stata la dichiarazione d’insolvenza non seguita dal fallimento”.

Cascini cita i casi: “Per i crac Cirio e Parmalat c’è stata la dichiarazione d’insolvenza, ma senza il fallimento. Il risultato è l’abrogazione dei reati fallimentari commessi da Tanzi, Cagnotti, dai correi”. Non basta. “Subito dovrà essere pronunciata sentenza di assoluzione perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato per tutti gli imputati, inclusi i rappresentanti delle banche”.

Siamo arrivati a Geronzi. Chiede la Gabanelli a Cascini: “Ma la norma vale anche per lui?”. Lapidaria la risposta: “Ovviamente sì”. Le toghe s’allarmano, i timori serpeggiano nelle mailing-list. Come in quella dei civilisti, Civil-net, dove Pasquale Liccardo scrive: “Ho letto la nuova Marzano. Aspetto notizie sulla nuova condizione di punibilità che inciderà non solo sui processi futuri ma anche su quelli in corso”. Nessun dubbio sulla portata generale della norma. Per certo non riguarderà la sola Alitalia, ma tutte le imprese.

Vediamolo questo 7bis, così titolato: “Applicabilità delle disposizioni penali della legge fallimentare”. Stabilisce: “Le dichiarazioni dello stato di insolvenza sono equiparate alla dichiarazione di fallimento solo nell’ipotesi in cui intervenga una conversione dell’amministrazione straordinaria in fallimento, in corso o al termine della procedura, ovvero nell’ipotesi di accertata falsità dei documenti posti a base dell’ammissione alla procedura”.

La scrittura è cattiva, ma l’obiettivo chiaro: finora i manager delle grandi imprese finivano sotto processo per bancarotta a partire dalla sola dichiarazione d’insolvenza. Invece, se il 7bis passa, l’azione penale resterà sospesa fino a un futuro, e del tutto incerto, fallimento definitivo. Commentano le toghe: “Una moratoria sine die, un nuovo colpo di spugna, una mano di biacca sulle responsabilità dei grandi manager le cui imprese sono state salvate solo grazie alla mano pubblica”. Con un assurdo plateale, come per Parmalat. S’interromperà solo perché il commissario Bondi evita il fallimento.

Ma che la salva Geronzi sia costituzionale è tutto da vedere. Gli esperti già vedono violati il principio d’uguaglianza e quello di ragionevolezza. Il primo perché la norma determina un’evidente disparità di trattamento tra i poveri Cristi che non accedono alla Marzano, falliscono, e finiscono sotto processo, e i grandi amministratori. Il secondo perché l’esercizio dell’azione penale dipende solo dalla capacità del commissario di gestire l’azienda in crisi. Se la salva, salva pure l’ex amministratore; se fallisce, parte il processo. Vedremo se Berlusconi andrà avanti sfidando ancora la Consulta.